lunedì 17 gennaio 2011

Andrew (V parte)


Quando l’aereo atterrò a New York c’erano 40 gradi. Le torri gemelle tremolavano in lontananza come un miraggio nell’aria bollente che si alzava dall’asfalto molle. Un amico di un suo amico di nome Michael lo ospitò in casa sua, un appartamentino molto grazioso al terzo piano a piedi di un palazzo paurosamente inclinato sulla 52esima strada, all’incrocio con la 1st Avenue. La stanza degli ospiti era piccola ma accogliente, con il parquet consunto e un bel caminetto in disuso dove il ragazzo mise la valigia perché non c’era l’armadio. Ma il letto era ok e la finestra luminosa, sebbene fosse incastrata e non si aprisse da almeno un secolo. Michael lavorava in una galleria a Chelsea. Tornava a casa tardi e si addormentava completamente vestito sul letto che non cambiava mai. La sveglia suonava alle otto precise e spesso si dava solo una sciacquata alla faccia e si ripresentava in ufficio con gli stessi panni addosso. Aveva un “fuck-buddy” di cui era perdutamente innamorato che lo chiamava nel cuore della notte per scopare. Lui si alzava immediatamente, controllava di avere ancora un po’ di coca nella bustina e lo raggiungeva in taxi. 
Il salottino era l’unica stanza della casa pulita e dignitosa con due poltroncine decò e un divanetto di modernariato con la tappezzeria strappata –il gatto di Michael era morto da poco- e grandi stampe di fotografi famosi o emergenti incorniciate in moderni frame d’acciaio satinato. Sopra il camino – perfettamente funzionante come ci tenne a precisare Michael quando lo indicò al ragazzo- c’era una foto in bianco e nero di un metro per un metro che gli fece subito pensare a Luca. Mostrava il collo di un uomo che si era appena rasato, solcato da una lunga striscia di sangue che partiva da sotto il mento e gocciolava sul colletto immacolato della camicia. La cucina era il regno degli scarafaggi. Al ragazzo facevano letteralmente schifo. Quando si alzava di notte tutto sudato per andare a bere un bicchiere d’acqua fredda li avvisava prima, accendendo la luce del salottino, in modo da dare loro il tempo di nascondersi di nuovo dietro al frigo. Non entrò mai in cucina per mangiare. Quando la luce del sole diventava insopportabile –non c’erano tende alla finestra- si faceva una doccia e si gettava alla scoperta della grande mela. Per prima cosa andava a fare colazione. Si sedeva al tavolino del primo bar all’aperto in cui ci fosse un cameriere belloccio e dichiaratamente gay ad attenderlo. Ordinava pancakes con sciroppo d’acero e caffè americano, e si godeva la vista della gente che passava. Il suo preferito era il bar di fronte la David Burton’s Gym di Chelsea, la palestra più gay del quartiere dei gay più balestrati di New York. Quell'andirivieni di canotte strette, calzoncini corti e pacchi gonfi era un piacere per gli occhi. Vedendo quel giovane italiano tutto solo molti gay si fermavano per dargli il benvenuto con le loro vocine stridule e spesso e volentieri lo invitavano a un party per quella sera stessa o per il week-end. Dopo il breakfast il ragazzo andava a correre un po’ a Central Park e quando il caldo si faceva insopportabile entrava da Fao Swartz sulla Fifth Avenue. Quella era una tappa obbligata. Non faceva nulla se prima non consultava la palla numero 8. La trovava sempre lì ad aspettarlo: sul banco d’esposizione centrale, di fronte alle casse, proprio in mezzo alle zampe divaricate dell’orsacchiotto gigante simbolo del negozio. Il suo sguardo di bottone e la sua espressione serena stampata sulla faccia pelosa con quella curva cucita in un eterno sorriso muto era un oracolo perfetto che prometteva solo notizie positive per il ragazzo. O almeno così si sforzava di credere lui, quando agitava la palla nera dopo aver espresso mentalmente il suo desiderio del giorno.
“Yes, absolutely”… “Take care”… “Wait”… erano immancabilmente le risposte sibilline dell’oracolo. Ma il ragazzo sapeva trovargli sempre una giustificazione. Aveva fatto amicizia col commesso, un ragazzotto cogli occhiali e i polpacci grossi e un’incipiente stempiatura. Del tipo “cripto-gay” o gay intellettuale che al ragazzo non era mai piaciuto, ma con cui scambiava ogni tanto qualche battuta: più per praticare il suo inglese che per altro. I giorni passavano così, serenamente. Senza meta e senza tempo. Ma anche senza alcun incontro degno di nota. In fondo la grande mela non aveva il sapore intenso che si aspettava. Gli aveva dato un morso e presto l’avrebbe abbandonata senza grandi rimpianti, dovette ammettere.

martedì 16 novembre 2010

Andrew (IV parte)

In aereo faceva freddo. L’aria condizionata pompava al massimo, come al solito. Ma al ragazzo proprio non andava di svegliarsi, chiedere permesso alla cicciona stravaccata sul sedile di fianco al suo, aprire la cappelliera ed estrarre dallo zaino quella fottuta felpa col cappuccio che, non si sa com’è, riusciva a infilarsi sempre in fondo a tutto. Ma non gli andava neppure di resistere oltre a quella temperatura glaciale. Aveva la pelle d’oca. Si guardò i bicipiti muscolosi, gli avambracci un po’ troppo pelosi per i suoi gusti ma molto maschi, non c’era che dire, e i due braccialetti a molla che gli aveva regalato quel nero coi dreads nella piazza davanti a Notre Dame nel tentativo di scroccargli qualche monetina. E sorrise nel dormiveglia. Quei braccialetti in fondo gli piacevano, anche se non erano esattamente il suo genere. Anche se alcune perline nella sequenza dei rosso-giallo-nero-verde della bandiera jamaicana avevano perso colore e stavano diventando bianche come vecchie mentine ciucciate, gli piacevano. Gli piaceva anche la sua Fred Perry arancione con la coroncina bianca sul capezzolo sinistro che faceva pendant con i bermuda candidi al ginocchio. Gli piaceva anche come gli stava al polso il suo Tag Hauer, appena ricevuto come regalo di laurea: faceva così chic, anche se non aveva capito ancora come cazzo si pronunciava. Anche il suo nuovo look col pizzetto sale e pepe sul viso un po’ abbronzato gli piaceva. Insomma si piaceva un sacco con quella sua aria da bravo ragazzo, da uomo di mondo, da uno che ha viaggiato, che ha vissuto qua e là per un po’, ha conosciuto un po’ di gente e solo per quello crede già di sapere come gira il mondo. Si piaceva con quel fisico asciutto, l’aria elegante e quel suo modo di muoversi da gay adulto, risolto e come si dice sdoganato? Sì proprio così e già che c’era poteva sdoganare pure la puzzetta al naso da cittadino del Vecchio Continente, una volta sbarcato in America.
Per non parlare di quel ragazzo coi capelli rasati, il nasone, gli occhialoni a mascherina, gli auricolari dell’i-phone –bianchi pure quelli- ficcati nelle orecchie e il tatuaggio tribale –Maori, si dice così?- che gli tagliava a metà il polpaccio per il lungo e gli si avvolgeva a cerchio sul mallelolo –gli avrà fatto male?- pure quello gli piaceva un sacco. Ma era meglio non pensarci sennò gli veniva duro e doveva andare a farsi una pippa in bagno. E il bagno dell’aereo si sa non è poi così comodo. Eppoi faceva un freddo cane…
Si voltò in cerca di una hostess e vide quel businessman segaligno seduto dall’altra parte del corridoio col suo completo verde cacca, i lacci sporchi di cromatina mal tirata e quegli imperdibili, imperdonabili calzini azzurrini! Che orrore, pensò il ragazzo. Meglio concentrarsi sulla battuta da fare alla hostess sull’aria condizionata, l’era glaciale e via discorrendo. Chissà che effetto farà a quella bionda dai begli occhioni blu che continua a sculettare avanti e indietro per tutto il corridoio con quella sua aria da teutone sfigata che gli sta così sul cazzo. Lei come da copione sgambetta fino alla sua poltrona, spegne la lucetta intermittente di chiamata con un gesto rapido e meccanico che non riesce tuttavia a nascondere una certa dose di fastidio e si sforza di sorridergli. Ma ci riesce solo a metà: con la bocca. Gli occhi li tiene fissi sulla tua polo con la coroncina bianca, i tuoi bermuda bianchi, i tuoi denti bianchi e il tuo pizzetto bianco. Ma poi ti manda quel frocetto del capocabina, pensando che con i suoi modi da frocio consumato e la sua parlata affettata ti capisca meglio e tu la finisca di rompere i coglioni. Invece la cosa ti fa solo incazzare di più. Ma a te piace troppo mostrarsi educato ed elegante per fare una scenata. E poi guardalo come ti osserva. Ti si farebbe così su due piedi, anche nel bagno dell’aereo. Anzi forse lì si eccita di più e chissenefrega se si sta stretti, tanto in ginocchio ci finirebbe lui e alla fine non dovresti neppure tirare lo sciacquone. Che con quelle mani sottili e ben curate, seghe e pompini devono essere la sua specialità -altro che Irina Palm-. E il cazzo che ti stava già venendo duro, facendo capolino da sotto la tela bianca dei bermuda se ne va giù e scompare nelle mutande. Così finisce che gli dici che non fa niente, che adesso va meglio e ti riaccoccoli nella tua poltrona. Lui ti sorride coi suoi denti bianchi e dal taschino della camicia bianca tira fuori il suo biglietto da visita col suo cellulare scritto sul retro, “per qualsiasi cosa ti possa servire nella Grande Mela… Daniel Sanchez, ma tu chiamami Dan.”
Lo lasci andare, poi chiedi permesso alla cicciona, ti alzi e vai a chiuderti in bagno.
Tiri fuori la pallina di coca dalla tasca dei bermuda e col biglietto da visita di Dan ti stendi due righe bianche sull’asse del cesso e tiri, coperto dal rumore dello sciacquone, mentre il tuo aereo infila un banco di nembi nel cielo sopra New York.
“Grazie Dan, ma ho tutto quello che mi serve”.

mercoledì 10 novembre 2010

Andrew (III parte)

Finalmente eccolo lì il proprietario che chiacchierava tranquillamente del più e del meno con un attempato uomo gay, vagamente effeminato come tutti quelli della sua generazione.
Il ragazzo salutò, ma anche stavolta nessuno sembrò fargli caso. Strano, pensò. Non aveva notato telecamere di sorveglianza né lì né al piano di sopra. Chiunque avrebbe potuto arraffare qualsiasi cosa e andarsene via indisturbato, per quanto ne sapeva lui. Possibile che il proprietario fosse così sicuro dell’onestà dei suoi clienti da non preoccuparsi di chi entrava e di cosa faceva? Eppure neanche adesso gli stava prestando attenzione, nonostante il ragazzo fosse lì a rovistare in ogni angolo del negozio, toccando e spostando oggetti di ogni tipo: delicati, fragili, alcuni persino antichi e preziosi.
L’uomo gay -anzi l’omosessuale come si chiamano tutti quelli sulla cinquantina come lui- però lo aveva notato. Continuava a gettargli occhiate melliflue e a tratti, almeno così gli pareva, inequivocabilmente interessate. Non se lo stava immaginando. Non era uno dei suoi sogni ad occhi aperti, quello. Lui era lì in carne ed ossa, ne era certo. Ma per un uomo era trasparente, un essere inanimato come un qualunque oggetto in esposizione nel negozio: praticamente un uomo invisibile. Per l’altro invece era l’oggetto del desiderio. Era solo il testosterone a renderlo visibile? Solo il richiamo irresistibile del sesso lo faceva realmente esistere?
“Coito ergo sum” pensò il ragazzo e sorrise affettatamente, fissando il vecchio omosessuale nelle palle degli occhi, mentre s’infilava un grosso fermaporte di bronzo nella tasca del maxi-giubbotto blu e se ne andava, stavolta senza salutare nessuno. Aveva preso la prima cosa che gli era capitata a tiro, così per gioco, giusto per vedere cosa succedeva. Se era l’uomo invisibile, quello era il momento di provarlo. L’omosessuale rallentò impercettibilmente il ritmo della sua mielosa cantilena all’erre moscia con il suo amico antiquario, allungando giusto le pause tra tutti quei super, pà-de-qua e parole-varie-con-l’accento-sulla-a che infarcivano il discorso e faceva venire la pecolla al ragazzo, ma non disse nulla. Lo guardò e basta mentre rubava quel fermaporte, senza osare far nulla.
Che quello fosse uno sguardo complice, pietoso, riprovevole o accusatorio, lui non avrebbe saputo dirlo ma aveva imparato l’ennesima lezione sui gay e su se stesso. Stringendo forte la refurtiva in tasca mentre correva giù per le scale della metropolitana di Parigi e poi su per la scaletta dell’aereo che l’avrebbe portato a New York, il ragazzo poteva affermare con la sicumera tipica di tutti i giovani che si sentono invincibili –o forse invisibili- di aver provato un inconfessabile piacere a rubare qualcosa per la prima volta in vita sua. Ma soprattutto doveva confessare a se stesso di aver provato un segreto e immenso piacere nel vedere come quel vecchio frocio lo aveva lasciato fare. Nonostante fosse stato testimone oculare di un furto, quell’uomo schiavo del desiderio, succube del testosterone, vittima del sesso aveva preferito chiudere entrambi gli occhi piuttosto che accusare un suo simile, anche se era chiaro che il ragazzo non sarebbe mai stato una preda possibile per lui. Né possibile né tantomeno probabile: troppo giovane, troppo sexy, troppo bello per essere vero. Almeno per un vecchio omosessuale come lui.

martedì 9 novembre 2010

Andrew (II parte)



Dopo la tesi il ragazzo prese il suo volo per New York. Con stop-over a Parigi. C’era già stato da bambino con la famiglia e poi da adolescente in gita con la scuola ma non si sarebbe perduto per nulla al mondo la possibilità di rivedere la ville lumiere finalmente solo. Amava viaggiare da solo. Più che viaggiare per la verità amava perdersi. Girare a vuoto, senza meta, senza mappe, senza chiedere indicazioni a nessuno. Andava in giro per le strade muto, ma con le orecchie e gli occhi ben aperti: finestre spalancate sul mondo da cui lasciava entrare fiumi di voci e ondate di vita. La vita degli altri.
Ogni suono, ogni immagine portava con sé manciate di ricordi, come legnetti trascinati a riva dalla corrente. Lui osservava ogni cosa, ogni persona con un’attitudine così famelica, con un desiderio così palpitante di vita da risultare dolorosamente palpabile, tanto che a volte ne provava disagio lui stesso. Sentiva spesso quella indescrivibile sensazione come di vergogna, specialmente quando viaggiava nei paesi del nord Europa: dalla Francia, all’Olanda, alla Svezia. Si domandava se quel suo modo così bramoso di osservare o meglio di fagocitare la vita degli altri non fosse troppo eccessivo, scortese, sfacciato… se non potesse risultare addirittura sgradito agli occhi di quei popoli così riservati e tranquilli, così stranamente silenziosi in confronto agli italiani come lui. Ma invece nessuno pareva accorgersene. Gli sembrava incredibile, eppure la gente non faceva caso a lui e tanto meno al suo disagio e col tempo si convinse che era proprio quel suo modo di viaggiare da solo, col suo zainetto sulle spalle e i suoi segreti chiusi dentro, a renderlo invisibile.
Quella volta a Parigi volle fare un esperimento. Entrò in un negozio di chincaglierie all’estrema periferia della città: un robivecchi che una volta doveva essere stato pure un antiquario come dichiarava la pomposa insegna in legno dorato affissa sulla porta; ma ormai vendeva solo cornici orbe e oggetti di rame polverosi in mezzo a pile di pellicce tarlate e maleodoranti. Il fischio registrato di un uccello non meglio identificato lo sorprese all’ingresso e gli strappò un sorriso: il tono garrulo e la modulazione del suono che gli dette il benvenuto appena aprì la porta e fece scattare il meccanismo, gli ricordò il fischio di apprezzamento che i ragazzotti siciliani facevano all’arrivo di Monica Bellucci in Malena, il film che aveva visto in dvd proprio la sera prima di partire, per distendersi i nervi prima della tesi. Si guardò allo specchio nella cornice di legno ovale di fronte alla porta del negozio e sorrise tra sé osservando la differenza tra il suo corpo da ragazzone, reso goffo dal giubbotto blu oversize e dallo zainetto, e le forme sinuose della Bellucci in gonna stretta e tacchi alti che incedeva sculettando sul selciato sconnesso del lungomare di quel paesino siciliano del dopoguerra. Forse gli scappò anche una risata ma -di questo ne era certo- pronunciò un sonoro “Bonjour” per annunciarsi con garbo al proprietario del negozio che non vedeva, ma doveva ben essere lì da qualche parte. Eppure nessuno si accorse di lui. Dopo una decina di minuti buoni, spesi a passare in rassegna ogni oggetto del primo piano del negozio, il suo interesse gradatamente scemò fino a scomparire del tutto alla vista di quell’inquietante falco impagliato, appollaiato sulla ringhiera di ferro in cima alle scale. Così decise di scendere a dare un’occhiata al seminterrato, da dove proveniva un cicaleccio ovattato.

giovedì 4 novembre 2010

Andrew (I parte)

Arrivò il giorno della tesi. Il ragazzo aveva indossato l’abito in fresco di lana blu di Romeo Gigli. La camicia a sottili righe rosse sotto la giacca con il colletto sbottonato gli dava un’aria elegante ma informale, adatta a sottolineare, sdrammatizzandola, la solennità dell’occasione. Aveva voluto che la madre, il fratello e la sua migliore amica partecipassero alla discussione della tesi. Silvia aveva compreso la solennità che l’amico voleva dare a quella prima conclusione positiva della sua vita. In effetti il ragazzo aveva scelto un taglio originale alla sua tesi che oltre a una parte teorica consisteva nella creazione di una vera e propria campagna pubblicitaria per il lancio di una linea di giubbotti e tute da sci per bambini. Aveva voluto combinare l’arte alla moda sportiva, rappresentandola con i colori dei quadri di pittori moderni e con citazioni di scrittori contemporanei, quelli che lui più amava. Voleva affermare l’attualità dell’arte e l’artisticità che doveva avere la moda, anche quella sportiva per i più piccoli. Così nella campagna stampa le tinte di Kandinskij coloravano la tuta del piccolo sciatore inclinato nell’approccio al kristiana Nello spot tv la voce del suo amico attore citava gli slogan di Magritte. Il marchio fantasioso di “KROMICK” si stagliava deciso, irradiando nel sole centrale della “O” ovalizzata come la terra all’equatore, gli schizzi stilizzati dei colori di Kandinskij sulla neve candida. Il ragazzo presentava puntuale e con tono deciso la sua strategia creativa e le sue idee. I frutti della sua ricerca intellettuale e della sua formazione classica echeggiavano nella grafica elegante del marchio e nell’accurata scelta dei colori per i giubbotti e le tute da sci. Lo stile della campagna risultava estremamente raffinato, fin troppo alto per un pubblico di consumatori così giovani e disinformati sull’arte moderna, e forse anche per quella platea di esaminatori goffi e appiattiti nel tipico atteggiamento distratto e svogliato dei vecchi accademici. Silvia che aveva seguito passo passo la preparazione della tesi e condiviso tutto l’entusiasmo e la passione che ci aveva messo, giudicò sprecato l’amore per la cultura, la ricerca di conoscenza e la spiritualità dell’amico, di fronte alle facce assenti della commissione. Ma tutto quello per il ragazzo rappresentava una rivalsa sui passi incerti della sua nuova vita a Roma e sulla sua precedente esperienza da atleta. Voleva mostrare a tutti la sua maturità di laureando. 
Alla fine aveva suscitato il plauso un po’ invidioso e meravigliato di tutta la commissione, meritandosi la lode. Finalmente soddisfatto si mostrava raggiante ai suoi cari. Il fratello sempre contenuto nel manifestare i suoi sentimenti, gli riconobbe con affetto di averlo superato sul traguardo degli studi –lui era tre anni fuori corso in Ingegneria Elettronica -. La mamma nel suo vestito con i risvolti bianchi alla marinara, piccola di fianco a lui così alto, se lo teneva  abbracciato. Silvia si godeva la sua soddisfazione e quella della sua famiglia.

mercoledì 27 ottobre 2010

Sogno n°6


Sto riposando nel giardino di una villa. Enorme e perfettamente curato. Alla testa della siepe che borda ogni aiuola d’erba rasata di fresco, c’è un alberello dal tronco sottile e la chioma dalla forma perfettamente sferica, sagomata da cesoie esperte. Io sono appoggiato con la nuca a uno di queste soffici sfere verdi. Ma invece di essere verdi come le foglioline di pitosforo che le compongono, queste sfere sono fatte di piume color indaco. Non blu, non viola, ma proprio color indaco: quello che si vede solo nell’arcobaleno. Sono le piume degli uccelli del Paradiso -quella specie tropicale dalla lunga coda e dalla crestina vellutata- che hanno scelto le sfere scolpite nel giardino all’italiana della villa per farci il loro nido. Davanti a me c’è un distesa a perdita d’occhio di nidi indaco morbidi e lisci come velluto. E’ bellissimo mi dico, ma poi penso che insieme alle piume avrò i capelli pieni dei loro escrementi. E infatti mi alzo e mi tocco i capelli con disgusto: in effetti ho la testa piena di piccole larve bianche e ho voglia di lavarmi i capelli. Devo trovare dell’acqua, un bagno e anche se a malincuore, devo abbandonare la tranquillità di quel parco e la bellezza di quella splendida vista. C’è un treno che mi aspetta. Un lussuosissimo treno di sola prima classe, tipo Orient Express. Il capotreno ha già fischiato e devo affrettarmi a salire. Appena sono su, trovo il bagno e mi lavo la testa tutto contento. Il treno vola letteralmente sopra la città come quelli a monorotaia che si vedono solo in Giappone o nei film di fantascienza. Dai finestrini ampi e spaziosi vedo sfilare a gran velocità i tetti di Milano, le guglie del Duomo e poi Venezia, Bruges, Amsterdam in rapida successione finché il treno fa una breve sosta per il pranzo in Belgio. Di colpo fuori dalla carrozza ristorante appare un patio pieno di piante, coperto da una tenda e illuminato dalla luce di decine di candele che tremolano alla leggera brezza della sera. E’ tutto più che perfetto! E di colpo il sogno cambia.
Scendo dal treno in aperta campagna, nelle vicinanze di Palermo. Le rotaie confinano con il parco della villa di una nobildonna amica di Antonemilio. Ma io devo essere arrivato in ritardo e lui non è lì ad aspettarmi. Al suo posto incontro quell’invidioso di Nello e la cosa mi mette a disagio. Per di più intorno a me è tutto un brulicare di super nobilone con la puzza sotto al naso che mi squadrano dall’alto in basso snocciolando le perle delle loro collane tra le dita. Devo essere arrivato davvero tardi perché sui buffet e sui tavoli ci sono soli dolci e io mi ci tuffo, affamato come sono, attirando gli sguardi sempre più altezzosi delle signore che abbandonano la sala brontolando, lasciandomi lì da solo. Di Anton neanche l’ombra. Nella stanza attigua c’è una ragazza dietro a un bancone di cristallo che invita tutti ad avvicinarsi per ammirare le sue pietre preziose. Sono diamanti, topazi, smeraldi e zirconi. Ognuno si avvicina, ne aspira due o tre a mo’ di cocaina e di seguito s’infila uno specchietto tondo nella narice per riuscire a vedere le pietre dall’interno come con una lente d’ingrandimento. Mi avvicino curioso e la ragazza mi fa cenno di provare. Alla mia timida quanto inutile protesta -che no, quelle pietre sono troppo preziose per me- la ragazza risponde con uno sbuffo e un’alzata di spalle, facendomi sentire se possibile ancora più a disagio di prima. Lo faccio. Così, maldestramente prendo una grossa pietra turchese e me la infilo nella narice sinistra ma non riesco a tirar su il lentino tondo per vederlo bene dall’interno. Comincia a uscirmi sangue dal naso. Il turchese è troppo grosso e devo averlo tirato troppo su. Finalmente alle mie spalle arriva Anton. “Ma che stai facendo?” e mi aiuta lentamente a togliermi la pietra dalla narici, spingendo verso il basso sulle pinne del naso. Io ho paura di sporcarmi di sangue la camicia, ma riesco a raggiungere il bagno senza danni.

domenica 17 ottobre 2010

Luca (III parte)


“Dopo l’ho sognato, sai? Aveva un paio di bermuda bianchi e pure la maglietta era candida. Mi salutava dal marciapiede sull’altro lato della strada, ma era pieno di macchine che sfrecciavano tra noi e io non potevo attraversare. Proprio così, l’ho salutato anch’io con la mano e l’ho visto lentamente dissolvere di là dal marciapiede. Però ho notato che sorrideva”.
Il ragazzo non aveva mai parlato tanto con nessuno come con Luca. Parlavano di tutto, giorni e notti intere. Si capivano anche senza fiatare. Complici le droghe o la dolcezza innata di Luca, il ragazzo riusciva a sviscerare le sue più profonde paure, le sue più inconfessabili fantasie, i suoi desideri più nascosti. Amava, riamato, incondizionatamente. Per questo quando gli scoppiò la febbre ad agosto non si preoccupò più di tanto. Luca lo curò amorevolmente come al solito e quando la situazione peggiorò lo accompagnò al pronto soccorso e gli tenne la mano durante tutta la degenza e la convalescenza in ospedale. 
E sembrò così genuinamente sorpreso quando il dottore gli disse che il ragazzo aveva contratto l’HIV e che conveniva anche a lui fare il test. Fu l’ultima volta che i due si videro.  
Nel libricino di carta riciclata che gli fece arrivare in ospedale Luca confessò che non aveva mai fatto il test e non l’avrebbe mai fatto. Brevemente gli accennò a quel incontro di sesso a pagamento, la notte in cui aveva deciso di farla finita con l’overdose. Che l’uomo gli aveva promesso il doppio dei soldi se l’avessero fatto senza preservativo ma che poi quando avevano finito si era rimangiato la parola. Che lui si era incazzato di brutto e alla fine il sardo gli aveva sbattuto i soldi in faccia e gli aveva detto: “Tanto quello che ti dovevo dare te l’ho già dato”.