mercoledì 27 ottobre 2010

Sogno n°6


Sto riposando nel giardino di una villa. Enorme e perfettamente curato. Alla testa della siepe che borda ogni aiuola d’erba rasata di fresco, c’è un alberello dal tronco sottile e la chioma dalla forma perfettamente sferica, sagomata da cesoie esperte. Io sono appoggiato con la nuca a uno di queste soffici sfere verdi. Ma invece di essere verdi come le foglioline di pitosforo che le compongono, queste sfere sono fatte di piume color indaco. Non blu, non viola, ma proprio color indaco: quello che si vede solo nell’arcobaleno. Sono le piume degli uccelli del Paradiso -quella specie tropicale dalla lunga coda e dalla crestina vellutata- che hanno scelto le sfere scolpite nel giardino all’italiana della villa per farci il loro nido. Davanti a me c’è un distesa a perdita d’occhio di nidi indaco morbidi e lisci come velluto. E’ bellissimo mi dico, ma poi penso che insieme alle piume avrò i capelli pieni dei loro escrementi. E infatti mi alzo e mi tocco i capelli con disgusto: in effetti ho la testa piena di piccole larve bianche e ho voglia di lavarmi i capelli. Devo trovare dell’acqua, un bagno e anche se a malincuore, devo abbandonare la tranquillità di quel parco e la bellezza di quella splendida vista. C’è un treno che mi aspetta. Un lussuosissimo treno di sola prima classe, tipo Orient Express. Il capotreno ha già fischiato e devo affrettarmi a salire. Appena sono su, trovo il bagno e mi lavo la testa tutto contento. Il treno vola letteralmente sopra la città come quelli a monorotaia che si vedono solo in Giappone o nei film di fantascienza. Dai finestrini ampi e spaziosi vedo sfilare a gran velocità i tetti di Milano, le guglie del Duomo e poi Venezia, Bruges, Amsterdam in rapida successione finché il treno fa una breve sosta per il pranzo in Belgio. Di colpo fuori dalla carrozza ristorante appare un patio pieno di piante, coperto da una tenda e illuminato dalla luce di decine di candele che tremolano alla leggera brezza della sera. E’ tutto più che perfetto! E di colpo il sogno cambia.
Scendo dal treno in aperta campagna, nelle vicinanze di Palermo. Le rotaie confinano con il parco della villa di una nobildonna amica di Antonemilio. Ma io devo essere arrivato in ritardo e lui non è lì ad aspettarmi. Al suo posto incontro quell’invidioso di Nello e la cosa mi mette a disagio. Per di più intorno a me è tutto un brulicare di super nobilone con la puzza sotto al naso che mi squadrano dall’alto in basso snocciolando le perle delle loro collane tra le dita. Devo essere arrivato davvero tardi perché sui buffet e sui tavoli ci sono soli dolci e io mi ci tuffo, affamato come sono, attirando gli sguardi sempre più altezzosi delle signore che abbandonano la sala brontolando, lasciandomi lì da solo. Di Anton neanche l’ombra. Nella stanza attigua c’è una ragazza dietro a un bancone di cristallo che invita tutti ad avvicinarsi per ammirare le sue pietre preziose. Sono diamanti, topazi, smeraldi e zirconi. Ognuno si avvicina, ne aspira due o tre a mo’ di cocaina e di seguito s’infila uno specchietto tondo nella narice per riuscire a vedere le pietre dall’interno come con una lente d’ingrandimento. Mi avvicino curioso e la ragazza mi fa cenno di provare. Alla mia timida quanto inutile protesta -che no, quelle pietre sono troppo preziose per me- la ragazza risponde con uno sbuffo e un’alzata di spalle, facendomi sentire se possibile ancora più a disagio di prima. Lo faccio. Così, maldestramente prendo una grossa pietra turchese e me la infilo nella narice sinistra ma non riesco a tirar su il lentino tondo per vederlo bene dall’interno. Comincia a uscirmi sangue dal naso. Il turchese è troppo grosso e devo averlo tirato troppo su. Finalmente alle mie spalle arriva Anton. “Ma che stai facendo?” e mi aiuta lentamente a togliermi la pietra dalla narici, spingendo verso il basso sulle pinne del naso. Io ho paura di sporcarmi di sangue la camicia, ma riesco a raggiungere il bagno senza danni.

domenica 17 ottobre 2010

Luca (III parte)


“Dopo l’ho sognato, sai? Aveva un paio di bermuda bianchi e pure la maglietta era candida. Mi salutava dal marciapiede sull’altro lato della strada, ma era pieno di macchine che sfrecciavano tra noi e io non potevo attraversare. Proprio così, l’ho salutato anch’io con la mano e l’ho visto lentamente dissolvere di là dal marciapiede. Però ho notato che sorrideva”.
Il ragazzo non aveva mai parlato tanto con nessuno come con Luca. Parlavano di tutto, giorni e notti intere. Si capivano anche senza fiatare. Complici le droghe o la dolcezza innata di Luca, il ragazzo riusciva a sviscerare le sue più profonde paure, le sue più inconfessabili fantasie, i suoi desideri più nascosti. Amava, riamato, incondizionatamente. Per questo quando gli scoppiò la febbre ad agosto non si preoccupò più di tanto. Luca lo curò amorevolmente come al solito e quando la situazione peggiorò lo accompagnò al pronto soccorso e gli tenne la mano durante tutta la degenza e la convalescenza in ospedale. 
E sembrò così genuinamente sorpreso quando il dottore gli disse che il ragazzo aveva contratto l’HIV e che conveniva anche a lui fare il test. Fu l’ultima volta che i due si videro.  
Nel libricino di carta riciclata che gli fece arrivare in ospedale Luca confessò che non aveva mai fatto il test e non l’avrebbe mai fatto. Brevemente gli accennò a quel incontro di sesso a pagamento, la notte in cui aveva deciso di farla finita con l’overdose. Che l’uomo gli aveva promesso il doppio dei soldi se l’avessero fatto senza preservativo ma che poi quando avevano finito si era rimangiato la parola. Che lui si era incazzato di brutto e alla fine il sardo gli aveva sbattuto i soldi in faccia e gli aveva detto: “Tanto quello che ti dovevo dare te l’ho già dato”.

martedì 12 ottobre 2010

Luca (II parte)

La loro storia naturalmente andò avanti dopo quella sera. Il ragazzo imparò ad apprezzare l’autoironia di Luca che si tramutava facilmente in depressione. Luca lavorava in un negozio di abiti maschili in centro ma a sentire lui lavorava “sulla strada come una puttana”.
Adesso faceva il commesso nel negozio che prima era stato di sua proprietà. Aveva dovuto vendere le mura per pagarsi i debiti della droga. Aveva provato di tutto in una lenta e inesorabile escalation prima di arrivare all’ero.
“Così, un giorno, tanto per provare, con un amico in un sottoscala”.
Quella merda prima l’aveva mandato in paradiso, poi gli aveva fatto terra bruciata intorno. Senza più lavoro, né amici, né il sostegno della sua famiglia –la mamma e il fratello non gli avevano più rivolto la parola- la vita era diventata un tale inferno che aveva deciso di farla finita. Si era prostituito per tirare avanti e per mettere insieme i soldi dell’overdose che l’avrebbe mandato al creatore.
A fermarlo da quel proposito suicida era stata la morte di Marco, il suo compagno di pere, lo stesso che probabilmente gli aveva passato l’HIV. Marco s’era fatto fregare da una dose di G, un’altra droga chimica derivata dal detersivo per pulire i vetri che Luca fece provare al ragazzo con il contagocce e solo dopo avergli fatto un milione di raccomandazioni. Luca gli raccontò che Marco non era un pezzente come lui.
“Era un figlio di papà dell’alta borghesia milanese e aveva la paranoia di farsi beccare dalla pula. Per questo si faceva in casa prima di uscire, così in discoteca ci arrivava pulito e poteva sballarsi senza avere pensieri. Che tanto c’erano sempre gli amici fidati a soccorrerlo se si sentiva male. Eggià. Fidati un cazzo” sbottò Luca.
“Quelli andavano solo dietro ai suoi soldi. E che non lo sapeva pure lui secondo te? Solo che come tutti i ricchi Marco se la cantava e se la suonava, negando la verità anche a se stesso” continuò.
“Non lo sentivo da una settimana ma lui viaggiava spesso e non era così strano. E poi se ne stava spesso per i cavoli suoi. Scriveva. Ma quella sera era l’ultimo sabato di ottobre e Marco non si sarebbe perduto lo sballo di Halloween per niente al mondo. Lo chiamai. Lo messaggiai. Andai a suonargli al citofono. Niente. I pompieri dovettero sfondare la porta con l’accetta. Lo trovammo là. Nudo nella vasca da bagno con le mosche morte nel bicchiere con il G. Se n’era versata una dose troppo forte nel succo d’arancia o non lo so, forse una sincope, un collasso. O forse è solo scivolato nella vasca, ha sbattuto la testa e c’è rimasto. Annegato in 20 centimetri d’acqua. Ma si può?”
Luca gli disse che lui l’aveva amato Marco e non per i suoi soldi. Non aveva mai voluto accettarli tant’è che aveva dovuto vendersi il negozio. Amava la sua ingenuità, la sua integrità morale, la sua incrollabile fiducia nell’amicizia. Marco gli aveva scritto un sms il giorno dopo che si erano conosciuti. Poche parole, come era nel suo stile: “L’amicizia è una questione di chimica. Come la nostra.”
“L’amore no. Marco non ci credeva.”
 Luca aveva anche provato a fidanzarsi con lui, ma era durata poco. Il sesso andava alla grande –l’amico aveva un cazzone da negro- ma a Marco piacevano più giovani, molto più giovani di lui.
“Forse perché inconsciamente voleva essere per loro il padre che lui non aveva mai avuto.”
In un raro momento di debolezza aveva confessato a Luca che l’unica carezza che aveva ricevuto era stata quando il padre gli aveva teso la pelle del viso per mostrargli come radersi.
Non ne parlarono mai più. Faceva parte delle regole non scritte della loro amicizia.
“Per gli amici Marco si sarebbe fatto uccidere. Si dava senza limiti ma in cambio esigeva tanto, tantissimo. Non tutti lo capivano e quando avevano finito di sfruttare i suoi soldi lo mollavano per un altro più ricco. Lui soffriva immensamente e per la delusione si chiudeva in casa per un mese. Poi dava una festa d’addio e cambiava città. Ogni volta s’illudeva che fosse quella la città giusta per lui. Milano, Roma, Amsterdam, Londra, Parigi, Barcellona, New York, Sidney. Dove non andò. E ogni volta la città giusta era la prossima.”
Luca gli era stato dietro finché non aveva potuto più seguirlo.

domenica 10 ottobre 2010

Luca


Tra Goldie e le pillole c’era stato Luca. Quando la loro storia era finita, Luca aveva scritto una lettera al ragazzo. O per meglio dire un libricino pieno di pagine colorate in carta riciclata.
“Ti ho amato tanto.” Finiva così. Con un passato prossimo che al ragazzo sembrava ormai così remoto. A stento ricordava che faccia avesse Luca. Menomale che su una pagina di carta color ocra c’era incollata quella foto di loro due seduti fuori a quel pub di Londra. Di quella luna di miele ricordava solo la domenica pomeriggio passata al G.A.Y. Più salivano le scale della discoteca più le vetrate si appannavano dei sudori, gli umori e gli odori di tutti quei ragazzi. Erano due ragazzi anche loro. Due bei ragazzi innamorati pazzi. Lo ricordava come se Luca fosse lì davanti a lui. Quel suo modo delicato e sensuale di inumidirsi le labbra: un rapido saettare della lingua sotto i baffetti sottili e morbidi da adolescente.
Le sue gambe forti, temprate dallo step. Che sesso gli faceva!
E la dolcezza e il suo incredibile romanticismo che trapelava anche in mezzo al dolore di quelle righe scritte a pennarello nero e sbavate dalle lacrime.
Chissà dov’era Luca in quel momento. Se davvero era andato in America come gli aveva scritto.
New York, Los Angeles, San Francisco. Chissà se l’avrebbe incontrato da qualche parte nel suo viaggio. Chissà se almeno Luca era riuscito a trovarlo il grande amore laggiù, nella terra promessa dei gay. Di sicuro non era stato lui il fortunato. Il loro amore era stato travagliato, ma forse proprio per questo indimenticabile. Anche Luca aveva perduto il padre d’infarto. E anche lui per sfuggire a quel dolore immenso si era perso dietro a false promesse e amicizie sbagliate. Si erano conosciuti in pista allo Shocking di Milano a un after-hour durante le feste di Pasqua. Luca era fuorissimo. Eppure a differenza dei suoi amici di sballo che si scatenavano in modo violento e onanistico, la droga in Luca accentuava il suo lato romantico. Aveva cominciato ad accarezzare i capelli del ragazzo ogni volta che passava sotto il cubo su cui lui ballava mettendo in evidenza i suoi addominali perfetti e le sue gambe muscolose –era a petto nudo e aveva solo un pantaloncino corto di pelle addosso-. A un tratto il ragazzo se l’era ritrovato di fianco. Luca l’aveva preso dolcemente per mano, s’era inumidito i baffetti con la lingua e gli aveva chiesto: “Sei pronto per il moon-walk?”
Il ragazzo l’aveva fissato con sguardo interrogativo e aveva riconosciuto l’effetto della droga nell’eccessiva dilatazione delle pupille che nascondeva quasi completamente il bel colore nocciola dei suoi occhi. Sapeva che agli after si faceva largo uso di droghe cosiddette ricreative, ma lui non aveva mai preso niente -sì e no si era fatto qualche canna insieme a Silvia- e non voleva cominciare proprio allora. Suo padre era morto da meno di un mese. Sua madre era caduta in una terribile depressione. Non faceva che piangere e il ragazzo si sentiva profondamente in colpa per averla lasciata a casa da sola mentre lui era là che si divertiva. Quando Luca gli mostrò il bullet con la special-key già carico per fare un tiro il ragazzo non capì. Ma a Luca sembrò che facesse solo finta e con estrema dolcezza lo trascinò in bagno con sé. Il ragazzo lo seguì docilmente, sereno e ignaro come un vitello al macello. Luca conosceva tutti lì dentro, buttafuori compresi. Non gli fu difficile raggiungere il bagno degli handicappati e farselo aprire dalla vecchia donna delle pulizie. Le fece scivolare nella tasca del grembiule azzurro un paio d’euro e lei gli fece l’occhiolino.
Una volta dentro, Luca si inumidì nuovamente le labbra e lo baciò a lungo, teneramente.
Il ragazzo fu conquistato dal suo atteggiamento deciso e dalle sue labbra carnose e umide. Decise di fidarsi e quando Luca fece un tiro di Key e ricaricò il bullet per lui, lo imitò senza fiatare. Il ritorno dal bagno al cubo al centro della pista fu molto più lungo, lento e faticoso dell’andata. Ma incredibilmente bello. Luca incedeva a ritmo di musica davanti a lui, tenendolo stretto per mano. Ogni tanto si voltava per vedere come stava, s’inumidiva le labbra e lo baciava. Il ragazzo lo seguiva fedelmente a passi lunghi, molleggiati e leggeri, come se camminasse sulla luna. Al loro passaggio gli sembrava che quella folla di corpi che si dimenavano come ossessi al ritmo della musica house d’improvviso si aprisse come le acque del Nilo davanti a Mosè. Quando alla fine di quel viaggio ritornarono lì dove si erano conosciuti, il ragazzo pensò che fosse passata un’eternità e capì perché Luca l’avesse chiamato “moon-walk”. Gli effetti dell’anestetico per cavalli che avevano sniffato durò per un bel po’ specialmente per il ragazzo che non l’aveva mai provato prima. Luca fu il suo angelo custode per tutta la notte. Esistevano soltanto loro due e potevano sentire i loro cuori battere all’unisono. Quando il ragazzo si svegliò nel letto di Luca con la mano intrecciata alla sua, gliene fu grato. E quando scoprì che Luca spacciandosi per lui aveva inviato dal suo cellulare un sms alla mamma per rassicurarla che stava bene ma che avrebbe dormito a casa di un amico quella notte perché avevano fatto tardi e non se la sentiva di guidare, il ragazzo non si infuriò. Non sapeva se Luca lo amava ma aveva un disperato bisogno che qualcuno si prendesse cura di lui. E si affidò a lui senza riserve.

mercoledì 25 agosto 2010

Sogno n°5

Maggio era il mese in cui si cambiavano le vetrine dei negozi con i sassi.
I ragazzini in strada raccoglievano i sanpietrini e li caricavano sulla carriola. Aspettavano la mattina presto, quando le luci dei lampioni erano ancora accese ma in strada non c’era ancora in giro nessuno, e cominciava la festa. Lanciavano i sassi contro i vetri e li spaccavano così, semplicemente. Poco male. I passanti li guardavano tranquilli e così pure i negozianti che tiravano su la claire, scopavano via le schegge di vetro e li sostituivano con delle lastre nuove.

A giugno c’erano tre case con le scale collegate tra loro al pianterreno e un aereo che decollava in discesa. In una casa era sempre inverno. Nella seconda il papà si nascondeva e il figlio gli rubava il portafogli. Nella terza tutto girava: le pareti ruotavano e mobili e oggetti roteavano in aria in tante spirali.

Luglio era la festa dei burloni. Avevano un paio di super occhi che permettevano loro di vedere le cose da vicino anche se erano lontanissime. Facevano festa tutto il giorno e tutta la notte. E vivevano sempre felici e contenti.

martedì 24 agosto 2010

Droppie (XI parte)

Dopo quella giornata stressante era seguita una notte completamente insonne.
Il ragazzo si era rigirato nel letto fino all’alba. Appena era riuscito a distinguere le sagome delle case s’era alzato, era andato in cucina e si era preparato un caffé bello forte che lo tenesse sveglio per il resto del giorno che avrebbe dovuto passare in biblioteca. Doveva consegnare la tesi entro la fine della settimana. Il relatore gli aveva dato l’ultimatum e non poteva permettersi ulteriori ritardi, pena lo slittamento della laurea alla sessione successiva, sei mesi dopo. Il ragazzo aveva acquistato a gennaio il biglietto aereo per New York e non avrebbe rinunciato per nulla al mondo al suo viaggio fly-and-drive nella terra della libertà. Voleva visitare il Village e lo Stonewall dove tutto era cominciato. Poi Miami, San Francisco e Los Angeles. Aveva già contattato degli amici via internet e aveva organizzato tutto. Avrebbe dormito da amici e amici di amici in ogni città e qualche giorno in ostello, nelle città dove non aveva appoggi o nelle tappe intermedie tra una destinazione e l’altra. In fondo era un viaggio all’avventura e come andava andava. Non era la prima volta che viaggiava da solo e sapeva perfettamente come cavarsela. Era certo che si sarebbe divertito e che quella sarebbe stata un’esperienza da raccontare ai suoi nipoti, si fa per dire.
Prese la vecchia moka della nonna, quella da sei tazze e ricordò come il caffè per Donna Caterina fosse un rito. Fece scorrere l’acqua del rubinetto e riempì la base della macchinetta mezzo dito sopra la valvola, come gli aveva insegnato lei. Poi ci mise il filtro, capovolse il tutto per eliminare l’acqua in eccesso e caricò il caffè. Fece una bella montagnella e la schiacciò per bene col cucchiaino. Alla fine ci fece due o tre buchi al centro con uno stecchino in modo che l’acqua potesse salire su agevolmente e avvitò bene la moka. Accese il fuoco al minimo, sollevò il coperchio della caffettiera e ci mise
sopra il cucchiaino a mo’ di paragocce.
Mentre aspettava che salisse il caffè, vide la penna. Era una di quelle a scatto trasparenti, con la donnina che si spoglia quando la metti a testa in giù per scrivere. Solo che al posto della donnina c’era un uomo in miniatura vestito da cowboy, con un grosso pisellone nascosto sotto la salopette jeans. “Billy” c’era scritto. Il ragazzo di aver ricevuto quel gadget per l’apertura di una discoteca gay di Roma. Si rigirò Billy tra le mani per un po’ e poi cominciò a scrivere sul retro del foglio dove aveva appuntato la lista della spesa.

“Era qui che mi aspettava, la tua penna. Un’altra cosa che mi farà ricordare di te per tutta la vita. Sapessi quanto mi pesa questa riconquistata vita da single. I party, i free pass, gli sguardi furtivi, i primi approcci, i preservativi e tutto il resto. Mi sembra un secolo da quando stavamo insieme. Ci penso mentre guardo le piante rinsecchite sul mio davanzale. Sembrano qui apposta per ricordarmi quanto sia precaria la vita. Tutto passa, tutto si trasforma. E noi che tentiamo inutilmente di dare ordine al caos.
Attraverso le inferriate del balcone vedo un gruppo di ragazzi che tornano a piedi da qualche discoteca e mi domando chi di noi sia prigioniero.
La vera prigione è la coppia che dopo mille notti passate avvinghiati l’uno all’altro stritola ogni passione, o questa gabbia di matti che in piena notte lascia il mondo dei sogni per rincorrerne altri nel buio dei locali?
Più passa il tempo più il ricordo di te si fa dolce come la polpa di un’arancia. Sotto la buccia indurita dalla rabbia e dal rancore cerco il buono di te che ancora c’è. I tuoi gesti gentili, le tue parole affettuose, i tuoi pensieri premurosi. Cerco di capire ancora cosa sia successo. Volevo sentirmi importante per qualcuno. Insostituibile. Imbattibile. Che stupido. Credevo di poterti aiutare a cambiare la tua vita e invece ho finito per cambiare la mia. Per sempre. Accarezzandoti di notte come i gatti mi nutrivo dei tuoi incubi, delle tue paure inconfessate, delle tue ossessioni. Fino a venirne inesorabilmente posseduto.
L’altro giorno un gatto nero mi ha attraversato la strada, fulmineo e silenzioso come il pensiero di te. Mi ha lanciato una breve occhiata attraverso la fessura verticale delle sue pupille. Aveva la stessa luce sinistra che ti vidi balenare negli occhi sotto le strobo in quella maledetta discoteca. Occhi belli e dannati.
Dannato me e la mia presunzione. Sì, sono presuntuoso, narciso, ambizioso, illuso. Sono triste e solo. Ma sono vivo. Sono qui che bacio un’alba nuova sul vetro appannato della mia cucina. Ci sono amori da vivere e amori da scrivere.”

lunedì 23 agosto 2010

Droppie (X parte)

Il giorno dopo si mise il computer sottobraccio e prese la metro per andare in biblioteca a finire la sua tesi. Non aveva scritto a Silvia né l’aveva più chiamata dopo che era tornata a Milano. Non era dell’umore giusto per parlare con nessuno. Era ancora sottosopra e non avrebbe saputo cosa dirle. E poi il tempo era fisso sul bello. Avrebbe aspettato che piovesse e che il bicchiere sul davanzale si riempisse, come aveva detto lei. Nel tunnel della metro faceva già molto caldo alle dieci di mattina. Era pieno zeppo di persone irritabili e accaldate. Le panchine erano tutte occupate. Il ragazzo poggiò la schiena contro il muro ricurvo della stazione Cavour e si mise a leggere i cartelloni della pubblicità per ingannare il tempo.

“People would read anything in the tube” era l’headline di una campagna inglese che aveva citato nella sua tesi come miglior esempio di utilizzo dei media. Era proprio vero. Guardò il tabellone: ancora sei minuti. La metropolitana di Roma faceva ridere in confronto a quella di Milano. Nel frattempo arrivò sferragliando il treno in direzione opposta e dopo poco ripartì. Tra la folla di persone gli sembrò di riconoscere un impermeabile color crema che gli era stranamente familiare. Il suo cuore cominciò a battere all’impazzata. L’uomo con la ventiquattrore e la chierica somigliava… ma no, non poteva essere. Eppure sembrava proprio lui. Stesso impermeabile dal taglio ampio con le spalline abbottonate, stessa fodera a quadrettini della Barbour. E i capelli portati corti dietro e sui lati e con la piazzetta in mezzo? Se non fosse stato per la montatura degli occhiali alla moda avrebbe giurato che quello fosse suo padre. Ma una montatura si può anche cambiare, pensò. L’uomo dall’altra parte dei binari intanto si avviò tranquillamente verso l’uscita. Il suo treno stava per arrivare ma il ragazzo fu preso da un impulso irrefrenabile. Cominciò a correre su per le scale come un pazzo, scontrandosi contro la fiumana di gente che scendeva in senso opposto. Nulla poteva fermarlo. Neppure quella cicciona con le buste della spesa e il figlio in braccio che per poco non ammazzava. Neppure il rischio di rompere il computer nell’impatto e di perdere tutto il lavoro fatto per la tesi. Salì i gradini delle scale di marmo due a due, scavalcò i tornelli e riemerse nel mare di turisti in Via dei Fori Imperiali. Dell’uomo con l’impermeabile crema neanche l’ombra. Davanti a lui svettava in controluce la sagoma imponente e maestosa del Colosseo. Non era la prima volta che gli capitava quella sensazione di spaesamento. Un attacco di panico in piena regola. Aveva sognato tante volte che il padre fosse vivo. Temeva che avesse inscenato la sua morte per potersi risposare, avere altri figli, rifarsi una famiglia. Cambiare vita insomma. Se non avesse visto con i suoi occhi e toccato con le sue mani il corpo esanime del padre su quella fredda lastra di marmo dell’obitorio non avrebbe avuto dubbi. Gli mancava ancora così tanto? Se lo immaginò all’estero. Avrebbe dovuto cambiare nome e professione, ma con la sua conoscenza dell’inglese e del francese, la sua intelligenza e la sua incredibile abilità di autodidatta Tullio ce l’avrebbe fatta ovunque. Una volta gli aveva raccontato che, da giovane, per far colpo su una danese di cui si era innamorato, aveva imparò da solo la sua lingua e le promise che un giorno anche in quella terra lontana lei avrebbe sentito parlare di lui. E così fu. A 40 anni e senza appoggi politici o raccomandazioni di alcun genere Tullio era diventato il primario più giovane d’Italia e tenne congressi in tutto il mondo. Adesso che ci pensava, il padre aveva sempre prediletto i paesi del nord Europa. Sarebbe stata diversa la sua vita se suo padre fosse stato ancora lì con lui? Lo avrebbe aiutato con i soldi, l’università, la malattia e tutto il resto? E sua madre, come sarebbe stata? Lei che quando il marito era in vita si lamentava sempre che era un orso e non voleva mai uscire e vedere gente -a lui bastavano i suoi libri e la sua musica- e che dopo la sua morte aveva rimosso tutto: litigi, musi lunghi, incomprensioni, per ricordare solo quel poco di buono che restava. E’ così che funziona il cervello. Rimuove i ricordi brutti e conserva solo quelli che ti fanno stare bene. Gliel’aveva insegnato suo padre. Diceva sempre che il cervello non può impedirsi di pensare e che chi dice che non sta pensando a niente, mente spudoratamente. Perché è l’uso che fa l’organo. E l’unica funzione del cervello è quella di pensare. Addirittura una volta quando studiava biologia suo padre gli aveva detto che continua a esserci attività cerebrale anche qualche minuto dopo morti. E lui, cosa stava pensando in quel momento? Forse che a suo padre avrebbe fatto piacere vederlo laureato? Cazzo, la tesi! La sessione di laurea era fra meno di un mese e doveva ancora completarla e consegnarla al relatore.