In verità era abbastanza ricco da poter vivere di rendita anche prima di ricevere l’eredità –la sua era una delle più facoltose famiglie del New England-.
Oltre al delizioso appartamento coi mattoncini rossi e la vista sull’Hudson dove aveva portato il ragazzo la notte in cui si erano conosciuti, Andrew aveva anche una villa negli Hamptons dove non andava più tanto volentieri da quando aveva litigato col fratello e una piccola casa a metà strada tra New York e Boston. Era quella la prima tappa del loro viaggio. Solo Andrew con il suo understatement da perfetto WASP avrebbe potuto definire “piccola” una villa a due piani in stile coloniale con trecento ettari di parco e la vigilanza privata, immersa tra i boschi di querce secolari della splendida contea di Fairfield. Il ragazzo se ne innamorò all’istante. Della casa, ma soprattutto del parco col laghetto artificiale dove si abbeveravano i daini e i cigni nuotavano pigramente alla luce del sole che filtrava tra i rami delle querce.
Andrew trovava pretenziosa l’architettura della villa. L’ostentata opulenza degli arredi che al ragazzo piaceva tanto perché gli ricordavano i mobili della nonna, cozzava così tanto con la sbrietà del suo nuovo stile di vita che Andrew volle ripartire di buon ora il giorno dopo.
Quando arrivarono al Boatsleep Hotel non era neppure mezzogiorno e nella piscina dell’albergo –l’unica in tutta Provincetown- non c’era ancora nessuno. I primi ospiti si calarono nella hall ancora mezzi addormentati dopo la notte di baldoria in discoteca solo verso le due. In quel paio d’ore Andrew e il ragazzo poterono godersi la piscina e la vista dell’oceano in santa pace. Al ragazzo sembrò pure di scorgere in lontananza lo sbuffo di una balena che saliva in superficie a rifiatare e lanciò un urlo garrulo, ma Andrew
dovette prenderlo come uno dei suoi soliti sogni a occhi aperti – in pochi giorni aveva già potuto sperimentare le stranezze del giovane italiano e la sua folcloristica convinzione di essere una specie di medium- e non si alzò neppure dal lettino. Alle tre non ce n’era più uno libero. Uomini gay di tutte le età e di tutte le razze si spalmavano d’olio i corpi scolpiti dal work-out, il winstrol e il nandrolone sfilando nei loro speedo striminziti tra i lettini e il bar che già pompava musica dance a tutto volume. Alle quattro in punto il barman/dj urlò qualcosa nel microfono e simultaneamente tutti gli ospiti, come se fossero a una lezione di aerobica, presero i lettini e li ruotarono di 90 gradi per metterli in direzione del sole. L’operazione fu eseguita in così breve tempo e con una tale sincronia di movimenti che la folla esplose in un fragoroso applauso a cui aderirono eccitati sia Andrew che il ragazzo, gli unici lì in mezzo a non conoscere il famoso rito del Boatsleep.
La prima giornata in quell’oasi gay ai confini del mondo si concluse con uno strepitoso tramonto sull’oceano. Ma loro non lo videro. Erano troppo presi a fare l’amore tra le dune alle spalle della spiaggia. Nei giorni seguenti lasciarono la folla di “muscle mary” ai loro riti di adorazione del sole e si lanciarono alla scoperta della cittadina. Provincetown era sorta al posto di un antico villaggio di pescatori portoghesi arrivati in America sulla rotta delle balene che avevano deciso di stabilirsi in quella stretta lingua di terra sull’Atlantico, attratti dal suo clima mite e dal suo mare ricco di pesce.
Con la messa al bando della caccia alle balene da parte del governo degli Stati Uniti le povere case dei pescatori erano state prima affittate agli hippie, poi acquistate da una esigua cerchia di intellettuali e artisti in cerca di tranquillità e d’ispirazione. Alla fine erano state trasformate in ristoranti e gallerie d’arte che avevano mantenuto intatto il loro fascino naif, attraendo la ricca ed esigente comunità gay del New England, in fuga dal bigottismo dell’alta borghesia americana in vacanza agli Hamptons. Come New York aveva la sua Fire Island, così ora Boston aveva la sua Provincetown.
sabato 12 febbraio 2011
lunedì 7 febbraio 2011
Andrew (VII parte)
“Nice to meet you!” fece con enorme piacere dando la mano ad Andrew, dopo averla estratta ancora calda dall’incavo in mezzo alle sue cosce.
Andrew gli strinse la mano, lo trasse a sé e gli infilò la sinistra tra le chiappe, facendosi largo con grande abilità nei jeans attillati del ragazzo. L’effetto sul ragazzo fu immediato e inequivocabile. Andrew capì in un solo gesto le dimensioni e le sue preferenze sessuali, e fu sicuro che gli sarebbe piaciuto.
Si chiamava Andrew Lush. Lush come lussuria, pensò il ragazzo mentre si addormentava con la testa sul suo petto, dopo una notte di sesso travolgente. Furono svegliati dal suono incalzante delle sveglie dei rispettivi cellulari, sincronizzate entrambe sulle 8. Fu così che scoprirono -con un certo sollievo, come si sarebbero confessati in seguito- di essere entrambi sieropositivi. Forse fu quel piccolo incidente, forse fu il fascino fatale della grande mela che gli aveva finalmente offerto un incontro interessante: la verità è che il biglietto di ritorno per l’Italia non fu mai usato. Il ragazzo continuò il tour dell’America con il suo nuovo lussurioso amore. Nel viaggio in auto verso Boston scoprì che Andrew era un giovane avvocato ebreo di una decina d’anni più grande di lui che “aveva fatto il giro completo della giostra” come diceva lui, ma che ormai non usciva quasi più. Era stato solo un caso se quella sera l’aveva incontrato al Palladium. Era il compleanno di Ted, il suo migliore amico –gliel’aveva presentato in discoteca ma il ragazzo non se lo ricordava proprio- e dopo la cena a sorpresa che Andrew aveva organizzato con amici comuni a casa sua, tutto il gruppo l’aveva convinto a mettersi su qualcosa per andare a ballare. “Qualcosa che non comprendeva le mutande, eh?” commentò il ragazzo ingranando la quinta.
“Probablymente ero fuori, baby” continuò con un sorriso sornione “You know, my K is the best in town!”
Andrew aveva mantenuto solo quella cattiva abitudine della sua vita precedente. Lui lo chiamava “the circuit”: un vero e proprio circuito fatto di party esclusivi e locali di tendenza dove si davano appuntamento tutti i “muscle mary” come lui: giovani gay palestrati, sballati e spensierati. “Niente più christal, exstacy o speed” si difendeva lui, snocciolando i nomi delle più letali sostanze stupefacenti in circolazione con voce da santarellino. “Solo un po’ di K una volta ogni tanto. Solo nelle occasioni speciali. Per questo si chiama special, no?” sorrideva agitando la fiala di ketamina sotto il naso del ragazzo in attesa della sua approvazione. La sua K era davvero speciale. Mica la cuoceva nel microonde, lui. Troppo chip! La lasciava essiccare lentamente sul davanzale del balcone al sole di Manhattan. Il risultato era una droga più “naturale” –da buon americano mimava le virgolette con un rapido movimento dell’indice e del medio- ma dall’effetto davvero straordinario. Il ragazzo poteva confermarlo. A parte quello, da quando si era scoperto sieropositivo Andrew aveva completamente cambiato vita. S’era messo in pensione dopo quarant’anni di “I and law” come amava dire lui, giocando sull’ambiguità della pronuncia inglese che poteva riferirsi tanto alla sua carriera di avvocato, quanto agli “high and low” delle droghe.
lunedì 31 gennaio 2011
Andrew (VI parte)
La sera prima di lasciare New York Michael lo portò al Palladium. Era il compleanno di Junior Vasquez e il grande dj avrebbe suonato per il suo pubblico di fan da tutto il mondo. Michael era gasatissimo e lo costrinse a buttare giù un’exstacy sul taxi, prima ancora di arrivare in discoteca. Pioveva. Erano ancora in coda alla cassa quando il ragazzo non ce la fece più e vomitò l’anima dentro un portaombrelli. Poi, come se nulla fosse, si pulì la bocca con un clinex ed entrò. Michael gli fece i complimenti per la chiccheria con cui si era liberato e gli soffiò un po’ d’aria fresca in faccia. Tra la pioggia e il sudore per la droga il ragazzo era completamente zuppo e aveva i capelli spiaccicati sulla fronte come se l’avesse leccato una mucca. Tanto che quando lo vide entrare il grosso buttadentro di colore fece l’occhiolino a Michael e chiese al ragazzo: “Are you coming from a sauna, man!?”
Il Palladium era strepitoso. Michael dovette incaricarsi del guardaroba. Il ragazzo s’era incantato ad ammirare l’enorme scalinata in vetro trasparente e i mille led luminosi dei gradini che creavano un effetto psichedelico riflessi dal soffitto a specchio. C’erano tre sale al primo piano, ma le due laterali erano state trasformate in immense darkroom dietro pesanti tende di plastica nera. Nei due corridoi che s’erano venuti a formare ai lati della pista centrale si svolgevano delle vere e proprie sfilate di moda. Drag-queen vestiti solo di piume e minigonne incedevano su vertiginosi tacchi a spillo con un’eleganza da far invidia a qualsiasi donna. Quando Vasquez mixò Vogue di Madonna accadde l’incredibile. Praticamente l’intera discoteca si bloccò e tutta la gente in pista si divise in due enormi ali di folla che si fermarono ad ammirare i catwalk improvvisati da quelle modelle in agguerrita competizione. Sguardi affilati come stilettate, espressioni altere, trucco impeccabile, portamento marziale: quei trans erano le copie in carne e ossa delle modelle di carta che il ragazzo ritagliava dalle riviste della mamma. Gli applausi della folla decidevano chi andava e chi restava dopo ogni scontro a due, finché i due vincitori si sfidarono a singolare tenzone al centro della pista. Il ragazzo era salito su per godersi meglio la scena. Al piano di sopra c’era un’altra grande sala immersa nell’oscurità e occupata per metà da un castello gonfiabile come quelle per bambini, ma dieci volte più grande. Ondeggiava di qua e di là, sussultando come durante un terremoto. Ogni tanto da un’uscita laterale veniva fuori qualcuno tutto sudato: chi a torso nudo, chi con i pantaloni e le scarpe in mano.
Il ragazzo si accostò incuriosito all’ingresso più vicino ma non riuscì a vedere niente. All’interno era tutto un intrico di tunnel scuri in cui si intravedevano ogni tanto corpi avvinghiati in strane evoluzioni.
Quando il ragazzo fece per tornare indietro si accorse con piacere che quel bel manzo con i pettorali da urlo che aveva adocchiato giù in pista era dietro di lui. C’aveva visto giusto allora. Almeno a giudicare da quel grosso bozzo che puntava dritto verso di lui, sotto i pantaloni della tuta quel tipo non doveva portare le mutande. Non ripeté l’errore fatto ad Amsterdam. Approfittando della calca e con l’alibi del tiro di key che Andrew –così si chiamava- gli aveva appena offerto, gli fece un accurato check-the-basket.
Il Palladium era strepitoso. Michael dovette incaricarsi del guardaroba. Il ragazzo s’era incantato ad ammirare l’enorme scalinata in vetro trasparente e i mille led luminosi dei gradini che creavano un effetto psichedelico riflessi dal soffitto a specchio. C’erano tre sale al primo piano, ma le due laterali erano state trasformate in immense darkroom dietro pesanti tende di plastica nera. Nei due corridoi che s’erano venuti a formare ai lati della pista centrale si svolgevano delle vere e proprie sfilate di moda. Drag-queen vestiti solo di piume e minigonne incedevano su vertiginosi tacchi a spillo con un’eleganza da far invidia a qualsiasi donna. Quando Vasquez mixò Vogue di Madonna accadde l’incredibile. Praticamente l’intera discoteca si bloccò e tutta la gente in pista si divise in due enormi ali di folla che si fermarono ad ammirare i catwalk improvvisati da quelle modelle in agguerrita competizione. Sguardi affilati come stilettate, espressioni altere, trucco impeccabile, portamento marziale: quei trans erano le copie in carne e ossa delle modelle di carta che il ragazzo ritagliava dalle riviste della mamma. Gli applausi della folla decidevano chi andava e chi restava dopo ogni scontro a due, finché i due vincitori si sfidarono a singolare tenzone al centro della pista. Il ragazzo era salito su per godersi meglio la scena. Al piano di sopra c’era un’altra grande sala immersa nell’oscurità e occupata per metà da un castello gonfiabile come quelle per bambini, ma dieci volte più grande. Ondeggiava di qua e di là, sussultando come durante un terremoto. Ogni tanto da un’uscita laterale veniva fuori qualcuno tutto sudato: chi a torso nudo, chi con i pantaloni e le scarpe in mano. Il ragazzo si accostò incuriosito all’ingresso più vicino ma non riuscì a vedere niente. All’interno era tutto un intrico di tunnel scuri in cui si intravedevano ogni tanto corpi avvinghiati in strane evoluzioni.
Quando il ragazzo fece per tornare indietro si accorse con piacere che quel bel manzo con i pettorali da urlo che aveva adocchiato giù in pista era dietro di lui. C’aveva visto giusto allora. Almeno a giudicare da quel grosso bozzo che puntava dritto verso di lui, sotto i pantaloni della tuta quel tipo non doveva portare le mutande. Non ripeté l’errore fatto ad Amsterdam. Approfittando della calca e con l’alibi del tiro di key che Andrew –così si chiamava- gli aveva appena offerto, gli fece un accurato check-the-basket.
lunedì 17 gennaio 2011
Andrew (V parte)
Quando l’aereo atterrò a New York c’erano 40 gradi. Le torri gemelle tremolavano in lontananza come un miraggio nell’aria bollente che si alzava dall’asfalto molle. Un amico di un suo amico di nome Michael lo ospitò in casa sua, un appartamentino molto grazioso al terzo piano a piedi di un palazzo paurosamente inclinato sulla 52esima strada, all’incrocio con la 1st Avenue. La stanza degli ospiti era piccola ma accogliente, con il parquet consunto e un bel caminetto in disuso dove il ragazzo mise la valigia perché non c’era l’armadio. Ma il letto era ok e la finestra luminosa, sebbene fosse incastrata e non si aprisse da almeno un secolo. Michael lavorava in una galleria a Chelsea. Tornava a casa tardi e si addormentava completamente vestito sul letto che non cambiava mai. La sveglia suonava alle otto precise e spesso si dava solo una sciacquata alla faccia e si ripresentava in ufficio con gli stessi panni addosso. Aveva un “fuck-buddy” di cui era perdutamente innamorato che lo chiamava nel cuore della notte per scopare. Lui si alzava immediatamente, controllava di avere ancora un po’ di coca nella bustina e lo raggiungeva in taxi.
Il salottino era l’unica stanza della casa pulita e dignitosa con due poltroncine decò e un divanetto di modernariato con la tappezzeria strappata –il gatto di Michael era morto da poco- e grandi stampe di fotografi famosi o emergenti incorniciate in moderni frame d’acciaio satinato. Sopra il camino – perfettamente funzionante come ci tenne a precisare Michael quando lo indicò al ragazzo- c’era una foto in bianco e nero di un metro per un metro che gli fece subito pensare a Luca. Mostrava il collo di un uomo che si era appena rasato, solcato da una lunga striscia di sangue che partiva da sotto il mento e gocciolava sul colletto immacolato della camicia. La cucina era il regno degli scarafaggi. Al ragazzo facevano letteralmente schifo. Quando si alzava di notte tutto sudato per andare a bere un bicchiere d’acqua fredda li avvisava prima, accendendo la luce del salottino, in modo da dare loro il tempo di nascondersi di nuovo dietro al frigo. Non entrò mai in cucina per mangiare. Quando la luce del sole diventava insopportabile –non c’erano tende alla finestra- si faceva una doccia e si gettava alla scoperta della grande mela. Per prima cosa andava a fare colazione. Si sedeva al tavolino del primo bar all’aperto in cui ci fosse un cameriere belloccio e dichiaratamente gay ad attenderlo. Ordinava pancakes con sciroppo d’acero e caffè americano, e si godeva la vista della gente che passava. Il suo preferito era il bar di fronte la David Burton’s Gym di Chelsea, la palestra più gay del quartiere dei gay più balestrati di New York. Quell'andirivieni di canotte strette, calzoncini corti e pacchi gonfi era un piacere per gli occhi. Vedendo quel giovane italiano tutto solo molti gay si fermavano per dargli il benvenuto con le loro vocine stridule e spesso e volentieri lo invitavano a un party per quella sera stessa o per il week-end. Dopo il breakfast il ragazzo andava a correre un po’ a Central Park e quando il caldo si faceva insopportabile entrava da Fao Swartz sulla Fifth Avenue. Quella era una tappa obbligata. Non faceva nulla se prima non consultava la palla numero 8. La trovava sempre lì ad aspettarlo: sul banco d’esposizione centrale, di fronte alle casse, proprio in mezzo alle zampe divaricate dell’orsacchiotto gigante simbolo del negozio. Il suo sguardo di bottone e la sua espressione serena stampata sulla faccia pelosa con quella curva cucita in un eterno sorriso muto era un oracolo perfetto che prometteva solo notizie positive per il ragazzo. O almeno così si sforzava di credere lui, quando agitava la palla nera dopo aver espresso mentalmente il suo desiderio del giorno.martedì 16 novembre 2010
Andrew (IV parte)
In aereo faceva freddo. L’aria condizionata pompava al massimo, come al solito. Ma al ragazzo proprio non andava di svegliarsi, chiedere permesso alla cicciona stravaccata sul sedile di fianco al suo, aprire la cappelliera ed estrarre dallo zaino quella fottuta felpa col cappuccio che, non si sa com’è, riusciva a infilarsi sempre in fondo a tutto. Ma non gli andava neppure di resistere oltre a quella temperatura glaciale. Aveva la pelle d’oca. Si guardò i bicipiti muscolosi, gli avambracci un po’ troppo pelosi per i suoi gusti ma molto maschi, non c’era che dire, e i due braccialetti a molla che gli aveva regalato quel nero coi dreads nella piazza davanti a Notre Dame nel tentativo di scroccargli qualche monetina. E sorrise nel dormiveglia. Quei braccialetti in fondo gli piacevano, anche se non erano esattamente il suo genere. Anche se alcune perline nella sequenza dei rosso-giallo-nero-verde della bandiera jamaicana avevano perso colore e stavano diventando bianche come vecchie mentine ciucciate, gli piacevano. Gli piaceva anche la sua Fred Perry arancione con la coroncina bianca sul capezzolo sinistro che faceva pendant con i bermuda candidi al ginocchio. Gli piaceva anche come gli stava al polso il suo Tag Hauer, appena ricevuto come regalo di laurea: faceva così chic, anche se non aveva capito ancora come cazzo si pronunciava. Anche il suo nuovo look col pizzetto sale e pepe sul viso un po’ abbronzato gli piaceva. Insomma si piaceva un sacco con quella sua aria da bravo ragazzo, da uomo di mondo, da uno che ha viaggiato, che ha vissuto qua e là per un po’, ha conosciuto un po’ di gente e solo per quello crede già di sapere come gira il mondo. Si piaceva con quel fisico asciutto, l’aria elegante e quel suo modo di muoversi da gay adulto, risolto e come si dice sdoganato? Sì proprio così e già che c’era poteva sdoganare pure la puzzetta al naso da cittadino del Vecchio Continente, una volta sbarcato in America.
Per non parlare di quel ragazzo coi capelli rasati, il nasone, gli occhialoni a mascherina, gli auricolari dell’i-phone –bianchi pure quelli- ficcati nelle orecchie e il tatuaggio tribale –Maori, si dice così?- che gli tagliava a metà il polpaccio per il lungo e gli si avvolgeva a cerchio sul mallelolo –gli avrà fatto male?- pure quello gli piaceva un sacco. Ma era meglio non pensarci sennò gli veniva duro e doveva andare a farsi una pippa in bagno. E il bagno dell’aereo si sa non è poi così comodo. Eppoi faceva un freddo cane…
Si voltò in cerca di una hostess e vide quel businessman segaligno seduto dall’altra parte del corridoio col suo completo verde cacca, i lacci sporchi di cromatina mal tirata e quegli imperdibili, imperdonabili calzini azzurrini! Che orrore, pensò il ragazzo. Meglio concentrarsi sulla battuta da fare alla hostess sull’aria condizionata, l’era glaciale e via discorrendo. Chissà che effetto farà a quella bionda dai begli occhioni blu che continua a sculettare avanti e indietro per tutto il corridoio con quella sua aria da teutone sfigata che gli sta così sul cazzo. Lei come da copione sgambetta fino alla sua poltrona, spegne la lucetta intermittente di chiamata con un gesto rapido e meccanico che non riesce tuttavia a nascondere una certa dose di fastidio e si sforza di sorridergli. Ma ci riesce solo a metà: con la bocca. Gli occhi li tiene fissi sulla tua polo con la coroncina bianca, i tuoi bermuda bianchi, i tuoi denti bianchi e il tuo pizzetto bianco. Ma poi ti manda quel frocetto del capocabina, pensando che con i suoi modi da frocio consumato e la sua parlata affettata ti capisca meglio e tu la finisca di rompere i coglioni. Invece la cosa ti fa solo incazzare di più. Ma a te piace troppo mostrarsi educato ed elegante per fare una scenata. E poi guardalo come ti osserva. Ti si farebbe così su due piedi, anche nel bagno dell’aereo. Anzi forse lì si eccita di più e chissenefrega se si sta stretti, tanto in ginocchio ci finirebbe lui e alla fine non dovresti neppure tirare lo sciacquone. Che con quelle mani sottili e ben curate, seghe e pompini devono essere la sua specialità -altro che Irina Palm-. E il cazzo che ti stava già venendo duro, facendo capolino da sotto la tela bianca dei bermuda se ne va giù e scompare nelle mutande. Così finisce che gli dici che non fa niente, che adesso va meglio e ti riaccoccoli nella tua poltrona. Lui ti sorride coi suoi denti bianchi e dal taschino della camicia bianca tira fuori il suo biglietto da visita col suo cellulare scritto sul retro, “per qualsiasi cosa ti possa servire nella Grande Mela… Daniel Sanchez, ma tu chiamami Dan.”
Lo lasci andare, poi chiedi permesso alla cicciona, ti alzi e vai a chiuderti in bagno.
Tiri fuori la pallina di coca dalla tasca dei bermuda e col biglietto da visita di Dan ti stendi due righe bianche sull’asse del cesso e tiri, coperto dal rumore dello sciacquone, mentre il tuo aereo infila un banco di nembi nel cielo sopra New York.
“Grazie Dan, ma ho tutto quello che mi serve”.
mercoledì 10 novembre 2010
Andrew (III parte)
Finalmente eccolo lì il proprietario che chiacchierava tranquillamente del più e del meno con un attempato uomo gay, vagamente effeminato come tutti quelli della sua generazione.
Il ragazzo salutò, ma anche stavolta nessuno sembrò fargli caso. Strano, pensò. Non aveva notato telecamere di sorveglianza né lì né al piano di sopra. Chiunque avrebbe potuto arraffare qualsiasi cosa e andarsene via indisturbato, per quanto ne sapeva lui. Possibile che il proprietario fosse così sicuro dell’onestà dei suoi clienti da non preoccuparsi di chi entrava e di cosa faceva? Eppure neanche adesso gli stava prestando attenzione, nonostante il ragazzo fosse lì a rovistare in ogni angolo del negozio, toccando e spostando oggetti di ogni tipo: delicati, fragili, alcuni persino antichi e preziosi.
L’uomo gay -anzi l’omosessuale come si chiamano tutti quelli sulla cinquantina come lui- però lo aveva notato. Continuava a gettargli occhiate melliflue e a tratti, almeno così gli pareva, inequivocabilmente interessate. Non se lo stava immaginando. Non era uno dei suoi sogni ad occhi aperti, quello. Lui era lì in carne ed ossa, ne era certo. Ma per un uomo era trasparente, un essere inanimato come un qualunque oggetto in esposizione nel negozio: praticamente un uomo invisibile. Per l’altro invece era l’oggetto del desiderio. Era solo il testosterone a renderlo visibile? Solo il richiamo irresistibile del sesso lo faceva realmente esistere?
“Coito ergo sum” pensò il ragazzo e sorrise affettatamente, fissando il vecchio omosessuale nelle palle degli occhi, mentre s’infilava un grosso fermaporte di bronzo nella tasca del maxi-giubbotto blu e se ne andava, stavolta senza salutare nessuno. Aveva preso la prima cosa che gli era capitata a tiro, così per gioco, giusto per vedere cosa succedeva. Se era l’uomo invisibile, quello era il momento di provarlo. L’omosessuale rallentò impercettibilmente il ritmo della sua mielosa cantilena all’erre moscia con il suo amico antiquario, allungando giusto le pause tra tutti quei super, pà-de-qua e parole-varie-con-l’accento-sulla-a che infarcivano il discorso e faceva venire la pecolla al ragazzo, ma non disse nulla. Lo guardò e basta mentre rubava quel fermaporte, senza osare far nulla.
Che quello fosse uno sguardo complice, pietoso, riprovevole o accusatorio, lui non avrebbe saputo dirlo ma aveva imparato l’ennesima lezione sui gay e su se stesso. Stringendo forte la refurtiva in tasca mentre correva giù per le scale della metropolitana di Parigi e poi su per la scaletta dell’aereo che l’avrebbe portato a New York, il ragazzo poteva affermare con la sicumera tipica di tutti i giovani che si sentono invincibili –o forse invisibili- di aver provato un inconfessabile piacere a rubare qualcosa per la prima volta in vita sua. Ma soprattutto doveva confessare a se stesso di aver provato un segreto e immenso piacere nel vedere come quel vecchio frocio lo aveva lasciato fare. Nonostante fosse stato testimone oculare di un furto, quell’uomo schiavo del desiderio, succube del testosterone, vittima del sesso aveva preferito chiudere entrambi gli occhi piuttosto che accusare un suo simile, anche se era chiaro che il ragazzo non sarebbe mai stato una preda possibile per lui. Né possibile né tantomeno probabile: troppo giovane, troppo sexy, troppo bello per essere vero. Almeno per un vecchio omosessuale come lui.
Il ragazzo salutò, ma anche stavolta nessuno sembrò fargli caso. Strano, pensò. Non aveva notato telecamere di sorveglianza né lì né al piano di sopra. Chiunque avrebbe potuto arraffare qualsiasi cosa e andarsene via indisturbato, per quanto ne sapeva lui. Possibile che il proprietario fosse così sicuro dell’onestà dei suoi clienti da non preoccuparsi di chi entrava e di cosa faceva? Eppure neanche adesso gli stava prestando attenzione, nonostante il ragazzo fosse lì a rovistare in ogni angolo del negozio, toccando e spostando oggetti di ogni tipo: delicati, fragili, alcuni persino antichi e preziosi.
L’uomo gay -anzi l’omosessuale come si chiamano tutti quelli sulla cinquantina come lui- però lo aveva notato. Continuava a gettargli occhiate melliflue e a tratti, almeno così gli pareva, inequivocabilmente interessate. Non se lo stava immaginando. Non era uno dei suoi sogni ad occhi aperti, quello. Lui era lì in carne ed ossa, ne era certo. Ma per un uomo era trasparente, un essere inanimato come un qualunque oggetto in esposizione nel negozio: praticamente un uomo invisibile. Per l’altro invece era l’oggetto del desiderio. Era solo il testosterone a renderlo visibile? Solo il richiamo irresistibile del sesso lo faceva realmente esistere?
“Coito ergo sum” pensò il ragazzo e sorrise affettatamente, fissando il vecchio omosessuale nelle palle degli occhi, mentre s’infilava un grosso fermaporte di bronzo nella tasca del maxi-giubbotto blu e se ne andava, stavolta senza salutare nessuno. Aveva preso la prima cosa che gli era capitata a tiro, così per gioco, giusto per vedere cosa succedeva. Se era l’uomo invisibile, quello era il momento di provarlo. L’omosessuale rallentò impercettibilmente il ritmo della sua mielosa cantilena all’erre moscia con il suo amico antiquario, allungando giusto le pause tra tutti quei super, pà-de-qua e parole-varie-con-l’accento-sulla-a che infarcivano il discorso e faceva venire la pecolla al ragazzo, ma non disse nulla. Lo guardò e basta mentre rubava quel fermaporte, senza osare far nulla.
Che quello fosse uno sguardo complice, pietoso, riprovevole o accusatorio, lui non avrebbe saputo dirlo ma aveva imparato l’ennesima lezione sui gay e su se stesso. Stringendo forte la refurtiva in tasca mentre correva giù per le scale della metropolitana di Parigi e poi su per la scaletta dell’aereo che l’avrebbe portato a New York, il ragazzo poteva affermare con la sicumera tipica di tutti i giovani che si sentono invincibili –o forse invisibili- di aver provato un inconfessabile piacere a rubare qualcosa per la prima volta in vita sua. Ma soprattutto doveva confessare a se stesso di aver provato un segreto e immenso piacere nel vedere come quel vecchio frocio lo aveva lasciato fare. Nonostante fosse stato testimone oculare di un furto, quell’uomo schiavo del desiderio, succube del testosterone, vittima del sesso aveva preferito chiudere entrambi gli occhi piuttosto che accusare un suo simile, anche se era chiaro che il ragazzo non sarebbe mai stato una preda possibile per lui. Né possibile né tantomeno probabile: troppo giovane, troppo sexy, troppo bello per essere vero. Almeno per un vecchio omosessuale come lui.
martedì 9 novembre 2010
Andrew (II parte)
Dopo la tesi il ragazzo prese il suo volo per New York. Con stop-over a Parigi. C’era già stato da bambino con la famiglia e poi da adolescente in gita con la scuola ma non si sarebbe perduto per nulla al mondo la possibilità di rivedere la ville lumiere finalmente solo. Amava viaggiare da solo. Più che viaggiare per la verità amava perdersi. Girare a vuoto, senza meta, senza mappe, senza chiedere indicazioni a nessuno. Andava in giro per le strade muto, ma con le orecchie e gli occhi ben aperti: finestre spalancate sul mondo da cui lasciava entrare fiumi di voci e ondate di vita. La vita degli altri.
Ogni suono, ogni immagine portava con sé manciate di ricordi, come legnetti trascinati a riva dalla corrente. Lui osservava ogni cosa, ogni persona con un’attitudine così famelica, con un desiderio così palpitante di vita da risultare dolorosamente palpabile, tanto che a volte ne provava disagio lui stesso. Sentiva spesso quella indescrivibile sensazione come di vergogna, specialmente quando viaggiava nei paesi del nord Europa: dalla Francia, all’Olanda, alla Svezia. Si domandava se quel suo modo così bramoso di osservare o meglio di fagocitare la vita degli altri non fosse troppo eccessivo, scortese, sfacciato… se non potesse risultare addirittura sgradito agli occhi di quei popoli così riservati e tranquilli, così stranamente silenziosi in confronto agli italiani come lui. Ma invece nessuno pareva accorgersene. Gli sembrava incredibile, eppure la gente non faceva caso a lui e tanto meno al suo disagio e col tempo si convinse che era proprio quel suo modo di viaggiare da solo, col suo zainetto sulle spalle e i suoi segreti chiusi dentro, a renderlo invisibile.
Quella volta a Parigi volle fare un esperimento. Entrò in un negozio di chincaglierie all’estrema periferia della città: un robivecchi che una volta doveva essere stato pure un antiquario come dichiarava la pomposa insegna in legno dorato affissa sulla porta; ma ormai vendeva solo cornici orbe e oggetti di rame polverosi in mezzo a pile di pellicce tarlate e maleodoranti. Il fischio registrato di un uccello non meglio identificato lo sorprese all’ingresso e gli strappò un sorriso: il tono garrulo e la modulazione del suono che gli dette il benvenuto appena aprì la porta e fece scattare il meccanismo, gli ricordò il fischio di apprezzamento che i ragazzotti siciliani facevano all’arrivo di Monica Bellucci in Malena, il film che aveva visto in dvd proprio la sera prima di partire, per distendersi i nervi prima della tesi. Si guardò allo specchio nella cornice di legno ovale di fronte alla porta del negozio e sorrise tra sé osservando la differenza tra il suo corpo da ragazzone, reso goffo dal giubbotto blu oversize e dallo zainetto, e le forme sinuose della Bellucci in gonna stretta e tacchi alti che incedeva sculettando sul selciato sconnesso del lungomare di quel paesino siciliano del dopoguerra. Forse gli scappò anche una risata ma -di questo ne era certo- pronunciò un sonoro “Bonjour” per annunciarsi con garbo al proprietario del negozio che non vedeva, ma doveva ben essere lì da qualche parte. Eppure nessuno si accorse di lui. Dopo una decina di minuti buoni, spesi a passare in rassegna ogni oggetto del primo piano del negozio, il suo interesse gradatamente scemò fino a scomparire del tutto alla vista di quell’inquietante falco impagliato, appollaiato sulla ringhiera di ferro in cima alle scale. Così decise di scendere a dare un’occhiata al seminterrato, da dove proveniva un cicaleccio ovattato.
Iscriviti a:
Post (Atom)








