mercoledì 28 luglio 2010

Droppie (IX parte)

Ma a chi voleva darla a bere pensò mentre spingeva la bicicletta a piedi sul lungotevere. Non si è mai single per scelta. Aveva innestato il pilota automatico e quasi senza accorgersene era arrivato davanti al negozio di biciclette nel ghetto ebraico. Entrò e chiese gentilmente al proprietario, o almeno così gli sembrava di ricordare, se poteva per favore dargli una gonfiatina. L’anziano signore che stava dietro al bancone neppure gli rispose e gli fece cenno con la mano di servirsi da solo usando la pompa ad aria compressa messa gratuitamente a disposizione dei clienti all’esterno del negozio. Ma il ragazzo insisté. Voleva approfittare dell’occasione per cambiare anche la sella che s’impregnava tutta d’acqua quando pioveva e già che c’era farsi dare anche una stretta ai freni. La sella costava 30 euro. Doveva lasciargli la bici e passare a ritirarla il giorno dopo, bofonchiò l’uomo sempre senza sollevare gli occhi dal suo registro dei conti. Trenta euro era più di quanto aveva pagato la bici -che era rubata sì, ma era pur sempre una Rossignoli e in perfette condizioni- disse il ragazzo e chiese di vedere le selle. 
L’ebreo neanche gli rispose. Il negozio era vuoto, lui era l’unico cliente e non riusciva proprio a capire il perché di tanta maleducazione. Nulla poteva giustificare un simile comportamento, specialmente da parte di quel vecchio commerciante ebreo che pure doveva aver sperimentato sulla propria pelle quella stessa mancanza di riguardo, quella stessa odiosa indifferenza che ora stava riservando a lui. A parte la differenza d’età le esistenze di quel ebreo disilluso e di quel giovane omosessuale confuso erano accomunate dal medesimo destino di discriminazione e sofferenza. Una condizione comune e un comune sentire, proprio come diceva la lettera di Silvia –si disse- e ancora una volta il pensiero tornò all’amica e ai tempi del liceo. Ma fu solo per un breve istante. Il ragazzo non ebbe neanche il tempo di riaversi dalla sorpresa che il proprietario l’aveva già scaraventato fuori dal negozio, inveendo contro di lui e la sua bici di merda.
Ritornando a casa a piedi in preda a una tremenda tensione -testa bassa e pugni serrati sul manubrio della bici- con un mare di rabbia pronta a esplodere in un pianto dirotto, il ragazzo si sentiva ancora più confuso di quando era uscito. Cosa gli stava succedendo? Era stato come vedersi dal di fuori, incazzato col mondo intero senza sapere perché e senza riuscire a controllarsi. Sul lungotevere che lo riportava a casa, spompato come le ruote della sua bici, cercò di analizzarsi meglio. La sua era una vita piena di avventure e ricca di emozioni. Si sentiva appagato e soddisfatto delle sue scelte, ma ancora così inspiegabilmente irrequieto. Perché? Tutta colpa delle sue aspettative sempre così eccessive, soverchianti, estreme? Della sua innata e dissennata tendenza a sognare ad occhi aperti che lo stimolava certo a migliorarsi ma lo alienava dalla realtà? La quotidianità d’altra parte lo aveva sempre atterrito. Per lui quello non era vivere, ma sopravvivere. Aveva ereditato dal padre una visione eroica dell’uomo e un culto per la vita vissuta intensamente alla ricerca della conoscenza di sé, degli altri e del mondo. Ma la vita per lui era sempre altrove. E il suo continuo affannarsi alla ricerca di qualcosa non gli permetteva di godersi ciò che aveva. La felicità è desiderare quello che si ha, gli diceva sempre sua nonna. Ma lui questa storia non se l’era mai bevuta. Gli suonava così falsa e difensiva. Una frase da mediocri e da perdenti, tipo “le dimensioni non contano” di chi ce l’ha piccolo. E non c’era niente che il ragazzo odiasse più della mediocrità e dei cazzi piccoli. Se la prese anche con l’oroscopo che prevedeva un anno fantastico per il Toro. Si era lasciato sopraffare dalle maliziose sirene astrologiche: chimere di carta stampata che mai paghe del presente lo spingevano a chiedere sempre di più al suo futuro. Sulla vecchia Smemoranda che conservava gelosamente dall’ultimo anno di liceo aveva letto una citazione che diceva che si può essere giovani una volta sola ma immaturi tutta la vita. Lui era alla soglia dei trent’anni ma non sapeva cosa la vita avesse in serbo per lui né quanto tempo gli restava. Gli suonò la sveglia sul cellulare. Era l’ora delle sue pillole.

giovedì 1 luglio 2010

Droppie (VIII parte)

Il giorno successivo il ragazzo si svegliò più contento e dopo un’abbondante colazione col panettone di Marchesi che Silvia gli aveva portato da Milano entrò nello studio, deciso a riprendere in mano la sua tesi. Ma quando aprì l’iBook trovò un foglietto scritto a pennarello. Non si sorprese affatto di trovarlo. Silvia non se ne andava mai senza lasciare un segno del suo passaggio. Era nel suo stile e a lui piaceva.

“SENTITI UN CARTONE ANIMATO,
COSÌ NON MUORI MAI,
NON CESSI DI ESISTERE,
FAI RIDERE I BAMBINI
E SOPRATTUTTO NON PROGETTI
PICCOLE E GRANDI STRONZATE
IN OGNI PICCOLO SPAZIO E SENZA ARIA,
DOVE I PICCOLI CALCOLI,
I DESIDERI DI PICCOLI PROFITTI TI BUTTANO.”

E’ di Lucio Dalla, ma lo penso anch’io.
Metti un bicchiere fuori alla finestra e aspetta. Quando sarà pieno di pioggia potremo brindare a noi due. Al nostro essere così diversi in tutto questo bordello che sta capitando nelle nostre vite, al nostro essere così simili nel comune modo di sentire e credere nella gente e nell’amore. Non siamo più ragazzini, non siamo ancora adulti. Cerchiamo almeno di non essere nulla, da soli.
Tua Silvia.

Il ragazzo piegò il foglietto in due, richiuse il computer e uscì. Era una splendida giornata. Faceva caldo e decise di fare una pedalata in centro ma la bici aveva una ruota a terra e la portineria dove per comodità lasciava la sua pompa a quell’ora era sprangata.
Il portiere gli aveva confessato che bastava spingere la vecchia porta di legno per aprirla, anche quando era chiusa a chiave. Il ragazzo non ci aveva mai provato ma quel giorno aveva bisogno di schiarirsi un po’ le idee e non c’era niente di meglio di una bella pedalata. Così si fece coraggio e si avvicinò alla portineria. Spinse piano il battente sinistro della porta, si assicurò che nessuno scendesse per le scale e con un colpo secco l‘aprì. Guardò subito a sinistra, dietro la sedia, ma la pompa non era al solito posto. Maledicendo la sua pigrizia e il disordine del portiere cercò all’interno del gabbiotto. Nell’armadio, sotto il tavolino, pure nel ripostiglio delle scope. Niente. Dovette uscire e richiudersi la porta alle spalle forzando il chiavistello con un altro colpo secco uguale e contrario al primo. E per fortuna anche quella volta nessuno scese per le scale. Uscì di nuovo alla luce di maggio e lanciò un’occhiata alla bici con la ruota a terra, cercando una soluzione alternativa. Non aveva intenzione di arrendersi. Era una giornata troppo bella per tornare in casa. A fare cosa poi? Guardare la tv? Leggere? Idem con patate.
Figuriamoci mettersi a studiare. Si sentiva troppo nervoso per quello. Le parole dell’amica l’avevano scombussolato. Stava davvero così male? Eppure gli aveva raccontato che Davide cresceva magnificamente, che man mano che i genitori si affezionavano al bambino diventavano più morbidi anche nei suoi confronti. Che la stavano aiutando a crescerlo e che i suoi sensi di colpa stavano lentamente sparendo insieme al ricordo di quel bastardo di Alberto. E lui? Come stava lui? Aveva sempre considerato Silvia la sua migliore amica e si sentiva particolarmente vicino a lei e partecipe della sua vita, eppure doveva ammettere che le loro esistenze avevano preso strade diverse da quando aveva cambiato città per vivere la sua omosessualità senza più rinunce e sensi di colpa. Gli sembravano così lontani i giorni passati insieme a Silvia sui banchi di scuola a Milano. Lei era diventata mamma adesso. Lui era gay e anche volendo non avrebbe mai potuto avere un figlio suo per via della malattia. E nemmeno adottarlo. Certo erano entrambi single ma per ragioni molto diverse. Eppure secondo lei erano così simili in quella scelta di solitudine. Nel dolore di quella solitudine.

lunedì 14 giugno 2010

Droppie (VII parte)


“Quella” detto dalla nonna in tono dispregiativo era sempre stato il nome della serva. “Quella” aveva rubato il cucchiaino d’argento della zuccheriera. “Quella” aveva sbeccato la zuppiera di porcellana. “Quella” arrivava sempre tardi con la spesa perché faceva la smorfiosa con il salumiere. Quando, esasperata dai modi burberi di Donna Caterina, “quella” minacciava di andarsene, la nonna si chiudeva in camera piagnucolando: “La perdo, la perdo”. E per imparare a comportarsi in modo più caritatevole con il prossimo, anche se di umili natali, si rileggeva la vita e le opere di S. Caterina. Ma poi “quella” non se ne andava mai e tutto ricominciava come prima. La verità era che quelle due donne si volevano bene e che non potevano stare l’una senza l’altra. “Quella” era l’unica a cui la nonna permettesse di pettinare i suoi capelli lunghi fino a terra e di acconciarli nel suo elegante cignon, assicurandoli con venticinque “pettinesse” d’osso. Solo a lei concedeva di assistere in cucina alla creazione delle sue ricette segrete. Le faceva sempre una regalia a Natale perché diceva: “I veri signori si vedono da come trattano i servi”. Le comprava ogni anno il biglietto del treno per andare al paese, da cui immancabilmente “Quella” tornava con una valigia piena di leccornie per tutti. Mai che il ragazzo avesse visto Donna Caterina accettarne una, però. Ringraziava e faceva segno di no con la testa. Solo all’uva moscata della sua terra non sapeva resistere e in tono lamentoso chiedeva alla serva a seconda dei casi: “Damm’ n’acino d’uva” oppure “Damm’ 'nu goccio d’ veleno”.
Era grata agli insegnamenti di Monsignor Della Casa e andava dicendo sempre che le vere signore non mangiano e non bevono, ma si nutrono come gli uccellini e che ci si deve sempre alzare da tavola con ancora un poco d’appetito. Vestiva sempre di nero e aveva mani nodose e dita affusolate, con un pezzo di spago legato intorno all’anulare per non farsi scivolare via la fede del marito. Il ragazzo ricordò di averlo notato una volta mentre lei sbucciava i piselli o i fagioli per il giorno dopo insieme alla cameriera. Ricordava le sue mani fredde gelate quella sera in cui la nonna gli massaggiò i piedi davanti alla tv, oppure fredde bagnate quella mattina in cui gli insegnò a farsi il nodo alla cravatta. Per non parlare di quella volta in cui, alzatosi di notte per andare a prendersi un bicchier d’acqua, vide alla luce tremolante di una candela la nonna seduta a un tavolino insieme ad altre donne della sua età con i palmi posati sopra il tavolino tondo a tre piedi della sala, le dita divaricate e i pollici e i mignoli che si toccavano per non interrompere la catena. A un tratto il treppiedi ebbe un sussulto e poi lentamente si sollevò da terra. Sua nonna crollò la testa all’indietro e con voce non più sua pronunciò il nome del defunto marito di una delle donne e si mise a rispondere alle sue domande, parlando in prima persona come se fosse lui. Il ragazzo se ne tornò subito in camera e non fece parola con nessuno di quello che aveva visto e sentito, ma rimase così impressionato dalla cosa che pregò di non essere presente in quella casa quando la nonna fosse morta.
La risposta arrivò un giorno di fine inverno. Il ragazzo era andato a Roma col fratello per stare un po’ con la nonna approfittando delle feste di Pasqua. Donna Caterina non stava per niente bene. La serva era stanca, vecchia e ammalata e a Natale era scesa al paese per non tornare mai più.
Anche se non l’avrebbe ammesso mai neppure a se stessa, dopo la morte della serva Donna Caterina era caduta in una profonda depressione e praticamente non mangiava più. Neppure un “acino d’uva”. Inutile dire che erano tutti molto preoccupati per lei, compreso il nipote che le era molto affezionato. Mentre tornava a casa per il pranzo, sperando che la nonna mangiasse almeno uno di quei maritozzi con la panna che le piacevano tanto, una vecchietta comparve dal nulla all’angolo del vicolo del Bologna bilanciandosi sulle gambe malferme con le borse della spesa.  Come se potesse leggere nei pensieri del ragazzo gli sorrise con la sua bocca sdentata e disse: “Ha superato l’inverno ‘a vecchiarella, eh?” e sparì senza lasciare traccia. Così, all’improvviso, come era venuta.
Il ragazzo rientrò a casa molto scosso e raccontò a Piero che naturalmente non credé a una sola parola di quello che per il fratello rappresentava un vero e proprio oracolo di morte, e neppure tanto sibillino. Donna Caterina se ne andò nel sonno a metà Aprile. Lo stesso mese della morte del marito, del matrimonio della figlia e del compleanno del ragazzo.

giovedì 10 giugno 2010

Droppie (VI parte)


Il ragazzo si tolse il giubbotto e andò subito ad aprire le finestre della sala, evitando accuratamente di guardarsi nello specchio all’ingresso. C’era ancora puzza di fumo della notte prima con Silvia e voleva fare entrare un po’ d’aria e di luce. Troppo tardi. I tulipani avevano capitolato, cospargendo di petali arancione il tavolino e il tappeto davanti al divano. Li prese e li gettò nel secchio dell’umido sotto il lavello della cucina. Silvia era ripartita. Il segno di rossetto su un mozzicone dentro al posacenere gliela fece ricordare insieme alle sue ultime parole.
“I letti sono fatti per due”. Oppure per uno, aggiunse mentalmente il ragazzo sorridendo tra sé, contento di essere tornato a casa propria e di dormire di nuovo nel suo letto a una piazza e mezza. Era un grande letto impero in radica di noce, eredità della nonna materna. Aveva svecchiato tutto il contesto certo: sostituito il damasco alle pareti con una carta da parati a righine multicolor alla Paul Smith, via le tende pesanti di velluto, via le fotografie di figli e nipoti morti in fasce o scomparsi in guerra -la prima e la seconda-. Aveva riesumato il vecchio parquet francese sotto la polverosa moquette blu scuro che la nonna ci aveva fatto incollare sopra in nome della modernità. Ma il letto era rimasto lo stesso. Gliel’aveva lasciato lei insieme a tutto il resto dell’arredamento nella sua modesta abitazione al primo piano di Vicolo del Bologna 14 nel cuore di Trastevere dove abitava molto prima che il quartiere popolare divenisse famoso e cadesse nelle mani di intellettuali inglesi e ricconi americani. Era una dimora piena di fascino e stracolma di suppellettili. Vecchie foto sbiadite dal tempo, mobili antichi rosicchiati dai tarli e la grande specchiera annerita dalle macchie di piombo che campeggiava sulla consolle all’ingresso, dentro la bella cornice di legno dorato con “la corona sovr’ lu stemma” come diceva la nonna quando voleva rivendicare i suoi nobili natali. Era accogliente quella casa e il ragazzo ci stava proprio bene.
Entrò nello studio e gettò un’occhiata all’iBook impolverato sopra lo scrittoio. Doveva decidersi a finire quella dannata tesi, ma ancora non se la sentiva di affrontare il fantasma di Pietro, Nicola e tutto il resto. Accese lo stereo ma lo spense subito. Per quanto tempo ancora la musica classica gli avrebbe ricordato quei due?
Una spolverata al computer però gliela fece e visto che c’era passò la vecchia t-shirt strappata che usava per la polvere anche sulle foto che gli sorridevano da sopra lo scrittoio. Il padre con la pipa in bocca sul balcone dell’hotel a Graz, la laurea del fratello e il ritratto in bianco e nero della nonna. Donna Caterina con la D maiuscola era una nobildonna di campagna, famosa tra le case di pietra con le tegole di coccio del suo paesino tra le montagne lucane per i suoi capricci di giovane e ricca ereditiera prima, per il suo travagliato matrimonio d’amore poi, e infine per le sue misteriose capacità extrasensoriali. Lei odiava la solitudine della grande metropoli e aveva scelto quel quartiere dai vicoli stretti e i comignoli anneriti sui tetti bassi delle case perché le ricordava il suo paese.
Tra le invenzioni del XX secolo –lei era nata nel 1899- amava la tv e detestava la lavastoviglie. Era una donna forte e per orgoglio aveva rinunciato a tutto. Quando aveva deciso di sposare il nonno di fede protestante -nonostante il veto del padre cattolico e dello zio Monsignore- fu diseredata e perse tutto, compreso l’anello con diamante che i fratelli le tolsero dal dito prima di cacciarla di casa. Aveva perso presto anche il conforto del marito. Nonno Cecco era andato a costruire ponti in Africa ed era tornato chiuso in una cassa, morto di malaria. Ma non perse mai l’orgoglio delle sue nobili origini e dello stile di vita a cui era abituata e a cui non si sarebbe mai rassegnata a rinunciare. Da quando il ragazzo ne aveva memoria, la nonna aveva sempre avuto la sua cameriera personale. Se l’era portata dal paese. Il ragazzo se la ricordava bene: bassina e sottile, capelli e occhi neri sempre fissi a terra, gentilissima e silenziosissima. I nomi non erano il suo forte ma per quanto si sforzasse di ricordare  era quasi sicuro di non aver mai sentito pronunciare il suo in quella casa.

venerdì 28 maggio 2010

Droppie (V parte)

La formula che aveva trovato era perfetta: si riferiva alle peonie ma poteva alludere anche a Pietro e Nicola. Semplicemente geniale -si complimentò con se stesso- mentre imbucava la raccomandata con la foto a: Sua Mammità Silvia M., Via Vetere 14, Milano.
Silvia arrivò il giovedì sera. Il ragazzo andò a prenderla alla stazione Termini con un grosso cane di peluche in regalo per il bambino. Ma Davide, come previsto e anche un po’ sperato, non c’era. Silvia era riuscita ad affidarlo ai nonni per un paio di giorni, approfittando della festa dei lavoratori. E poi voleva godersi quel compleanno nella città eterna solo con il suo migliore amico e le sue peonie, disse abbracciandolo raggiante.
A casa il ragazzo si mostrò allegro, premuroso e fu di parola. Anche se dovette mordersi la lingua un paio di volte rispettò il patto che avevano fatto alla nascita di Davide. Vietato fare commenti sulla pancetta, il seno o il peso di Silvia finché Davide non avesse compiuto un anno. Questo era il patto. Fu dura mettere a tacere il suo forte senso estetico ma il ragazzo ce la fece. Per evitare gaffe, parlò il meno possibile e lasciò parlare lei. A Silvia non sembrava vero di potersi sfogare finalmente con qualcuno e di aver trovato nell’amico un uomo che sapesse ascoltarla fino alla fine senza interromperla con battute inopportune, domande inutili e consigli non richiesti. Non s’insospettì neppure quando il cellulare del ragazzo squillò e lui invece di rispondere mise la suoneria in modalità muto. Non era un uomo come gli altri e neppure una donna, si disse. E in cuor suo benedisse lui e tutti i gay del pianeta.
Ma il giorno dopo dovette ricredersi. La festa fu stupenda, la casa uno schianto, le peonie meravigliose e Pietro e Nicola -la coppia gay di padroni di casa- veramente deliziosi. Ma il suo amico fu davvero insopportabile: il suo umore era nero e il suo nervosismo incontrollabile. Ma Silvia era decisa a divertirsi ad ogni costo e così fece. Era felice di volteggiare ora con Pietro, ora con Nicola e con tutti i loro amici e le piaceva la sua immagine riflessa e moltiplicata con uno scarto infinitesimale negli specchi che adornavano le quattro pareti del salone nonostante, doveva ammetterlo, quei due o tre chili di troppo. Solo quando tutti se ne furono andati e si ritrovò a tu per tu col ragazzo a fumare l’ultima sigaretta nel giardino in mezzo alle peonie lo affrontò di petto.
“Mi spieghi che cazzo c’hai? E’ tutta la sera che tieni il muso. Non te l’ho chiesto mica io di portarmi a palazzo a festeggiare il mio compleanno! Sei stato tu a insistere tanto di passarlo qui a casa dei tuoi amici ricconi”.
“Ricchioni, vorrai dire”.
“ E menomale che c’erano loro, sennò sai che bella festa di merda”.
“…”
“Perfetto, ci mancava pure questo. Mo’ ti metti pure a piangere!”.

Quando si calmò e riuscì a parlare, il ragazzo le raccontò tutta la storia senza omettere nemmeno il più piccolo particolare. Silvia era come una sorella per lui e con lei non si vergognava di niente. Alla fine entrarono a prendere i cappotti nella stanza blu e se ne andarono via senza salutare nessuno. Silvia sollevò un sopracciglio e disse: “I letti sono fatti per due”. In macchina nessuno osò fiatare fino a casa.

mercoledì 26 maggio 2010

Droppie (IV parte)


I due si rividero altre volte dopo quel primo eccitante pomeriggio. Il ragazzo praticamente cominciò a vivere da Pietro ma non gli rivelò mai il suo vero nome.
Si vedevano all’università e poi andavano a dormire nella stanza blu insieme a Eva che si accucciava elegantemente sul suo cuscinone ai piedi del camino ad osservarli. Il sesso tra loro era sempre creativo, intenso e incredibilmente appagante.
Passavano interi weekend a scopare e mangiare bistecche per riprendere le forze. Avevano ispezionato ogni centimetro dei propri corpi con cura e maniacale attenzione e ormai non gli faceva schifo niente l’uno dell’altro. Pisciavano e defecavano insieme, facevano la doccia insieme e anzi spesso non si lavavano neppure tra un rapporto e l’altro. Amavano farsi seccare lo sperma sulla pancia in sottili strati appiccicosi e bianchi come vinavil, per sentirsi l’odore dell’altro addosso tutta la notte. La mattina dopo, con calma, si alzavano e facevano il bagno insieme nella grande vasca idromassaggio finché lo sperma secco non si staccava e veniva a galla come le pellicine morte dell’abbronzatura. Durante i loro amplessi Eva si allontanava discretamente dalla stanza blu-cina per ritornare alla sua cuccia solo quando avevano finito. Una volta avevano anche provato a farle leccare la cappella ma lei l’aveva disdegnata e si era defilata ticchettando con le zampe sulle maioliche del corridoio e leccandosi i baffi per togliersi quel odore dal muso. Una domenica mattina il ragazzo si alzò e non trovando Pietro neanche in bagno, lo raggiunse in cucina. Mentre camminava in punta di piedi sulle maioliche gelate lo sentì urlare e poi piangere al telefono. Soltanto quando minacciò di tornarsene a piedi a casa sua Pietro gli confessò che era fidanzato da dieci anni con un uomo di Bari, ma che non avrebbe potuto lasciare né l’uno né l’altro perché ormai li amava tutti e due. 
Il ragazzo conobbe Nicola il sabato successivo, a casa di Pietro. Dalle feste che gli fece Eva e dalla familiarità con cui Nicola si muoveva per casa, Andrea si convinse che Pietro aveva detto la verità. Fu imbarazzante all’inizio ma Pietro aveva un incredibile ascendente su entrambi gli amanti. Dopo i pianti disperati e sinceri di Pietro, un paio di patetici tentativi di lasciarlo da parte di Nicola e la proposta del ragazzo di togliere il disturbo, gli animi si placarono. I tre si addormentarono vestiti sul lettone, con Pietro abbracciato in mezzo a loro due. La domenica mattina il ragazzo acconsentì a restare a casa con Eva. Pietro e Nicola uscirono insieme in macchina e tornarono verso mezzogiorno con una strana statua di bronzo tra le mani. Rappresentava un’antica divinità greca: un satiro mezzo uomo e mezzo caprone che suonava il flauto dolce.
Con espressione neutra e una voce incredibilmente calma, come se fosse la cosa più normale di questo mondo, Pietro espose la sua idea di una storia a tre e propose di suggellare subito l’inizio di quel triangolo amoroso con un baccanale da tenersi proprio lì, nella casa in cui si erano conosciuti. L’orgia doveva essere consumata davanti alla statua del dio Pan, il cui nome –gli fece notare Pietro con una certa dose di autocompiacimento- era composto dalle iniziali dei loro tre nomi: Pietro, Andrea e Nicola. Il ragazzo provò inutilmente a resistere. No che non poteva tirarsi indietro! Proprio lui che diceva sempre di non credere alle coincidenze. Nicola naturalmente era già d’accordo. Per dimostrarglielo aprì il salone degli specchi, accese il camino, si stese nudo sul tappeto insieme a Nicola e incominciò a baciarlo sotto lo sguardo beffardo del dio caprone. Nicola era più vecchio di lui e anche di Pietro, ma dovette ammettere che il corpo completamente glabro e i muscoli guizzanti sotto la pelle olivastra del barese lo eccitavano non poco. In fondo cosa gli importava? Non aveva niente da perdere. Anzi era in una posizione di vantaggio. Non era lui il rovina-famiglie. Era stato truffato e ora gli si presentava l’occasione di prendersi la rivincita. In fondo l’amante era lui e anche il più giovane dei tre. Se Pietro e Nicola costituivano la coppia base, era lui il vertice del triangolo. Nicola era ben messo, osservò. Il suo cazzo non era lungo come quello di Pietro, ma era scuro e turgido, con un glande largo e liscio come la cappella di un fungo che risplendeva alla luce delle fiamme nel camino. Quella fu l’ultima cosa che vide. Poi fu un unico, inestricabile groviglio di corpi eccitati. Bocche infuocate, lingue saettanti, mani curiose e dita insaziabili, sguardi ingordi e mugolii infiniti di piacere. All’inizio fu Pietro a condurre le danze. Ma il ragazzo dovette solo attendere un poco e, come aveva previsto, ben presto divenne lui il polo d’attrazione, complici il vino, l’eccitazione e l’irresistibile gusto per la novità. Pietro capitolò per primo. All’inizio l’imparzialità delle sue attenzioni per il vecchio e il nuovo amante fu impeccabile. Ma quasi senza accorgersene si distolse progressivamente da Nicola per abbandonarsi sempre più agli abbracci e ai baci del ragazzo. Nicola restò lì a guardarli in disparte con la schiena poggiata contro il muro e poi, lentamente si dileguò. Lo sentirono andarsene alla guida della sua Saab mentre si facevano la doccia insieme.
Ma Pietro non si arrese e il weekend successivo si ritrovarono di nuovo tutti e tre insieme sul tappeto davanti al camino acceso e poi, sfiniti, si addormentarono sul letto nella stanza blu. Uno di qua, uno di là e Pietro al centro. Il ragazzo passò una notte insonne. La mattina seguente in cucina Pietro comunicò a tutti la sua grande idea.
“Adesso che abbiamo inaugurato il salone degli specchi perché non ci facciamo una grande festa con tutti i nostri amici? Ognuno è libero di invitare chi gli pare. Che ne dite?”
Nicola ne sembrò entusiasta. D’altra parte loro avevano tutti gli amici in comune. Il ragazzo invece non sapeva proprio chi invitare. Nella lettera che scrisse a Silvia si sforzò di sembrare normale, ma doveva per forza inventarsi qualcosa per spingerla a lasciare il piccolo Davide dai suoi e raggiungerlo giù a Roma. Il suo compleanno era appena passato e la laurea ancora lontana. Non poteva barare. Silvia era perfettamente al corrente dell’andamento dei suoi studi. A lei non poteva mentire. Non l’aveva mai fatto e non voleva certo cominciare allora. Lei odiava le bugie e lui non poteva rischiare di perderla proprio quando aveva più bisogno della sua presenza. Non serviva dire una bugia, pensò il ragazzo. Bastava non dirle tutta la verità e a lui non mancava certo l’immaginazione. Il sabato successivo sarebbe stato il 2 di maggio: il giorno del compleanno di Silvia. Maggio era il mese delle rose e delle peonie. E anche Silvia come lui adorava le peonie. Così lussureggianti e decadenti. Lussuriose –sorrise tra sé il ragazzo- e gli sembrò che non ci fosse termine più appropriato per descrivere quella situazione. Lusso e lussuria! Aveva trovato anche il tema della festa e lo comunicò raggiante a Pietro e Nicola che approvarono la proposta con entusiasmo. Manco a farlo apposta in giardino c’era un’aiuola piena di peonie pronte a sbocciare. Il ragazzo scattò una foto in concreto a quei boccioli turgidi con la sua vecchia Polaroid e con un pennarello indelebile ci scrisse sotto: “Festeggiamo il tuo compleanno insieme, tu, io e loro?”.

mercoledì 19 maggio 2010

Droppie (III parte)

Naturalmente il ragazzo non si fece accompagnare a casa. Non a casa sua almeno. Quando la Opel s’infilò nel cancello della villa di Pietro, il ragazzo non credé che una simile fortuna potesse essere capitata proprio a lui. Bello, intelligente e pure ricco! Seguì Eva per un lungo corridoio in maioliche di Vietri attraverso saloni dalle pareti affrescate alla cinquecentesca e dalle volti a botte ricamate di stucchi e di rosoni, fino alla stanza da letto blu cina. Rimase a bocca aperta di fronte al grande camino in pietra incorniciato dalle due porte finestre e dalla vista incantevole sul terrazzo in cotto antico con affaccio sul cortile dove avevano parcheggiato. Approfittando della sorpresa del suo ospite Pietro gli mise una mano dentro i pantaloni e quando il ragazzo se la tolse, senza perdersi d’animo gli infilò la lingua in bocca.
“Mi dici dov’è il bagno?” lo interruppe il ragazzo senza scomporsi, ma ben contento di aver dato a Pietro un nome falso il nome falso, e deciso ad andarsene di lì al più presto. Ne aveva incontrati di tipi frettolosi come quello, impazienti di andare subito al sodo e sapeva già come gestirli. Il solito represso fuori sede con una vita insospettabile e semmai una fidanzata o una moglie da qualche parte giù al paese, pensò. Ma in casa non aveva visto foto di donne e anche se il bagno aveva due lavandini, non c’erano spazzole, fermacapelli, trucchi o assorbenti in giro. L’unica presenza femminile era quella di Eva e probabilmente della cameriera che aveva stirato la pila di panni disposti ordinatamente ai piedi del letto.
Il ragazzo pisciò seduto sulla tazza come d’abitudine. Notò un’orchidea fucsia davanti alla finestra, inequivocabile segno delle tendenze gay del proprietario. Dopo un secondo Pietro entrò nel bagno, passò davanti al ragazzo e senza dirgli una parola andò a sedersi sul bidet di fianco a lui, lanciandogli un’occhiata complice allo specchio.
Cazzo, s’era dimenticato di chiudere a chiave la porta! Ma gli sembrava superfluo visto che c’erano solo loro due in casa. E Pietro non poteva certo prenderlo come un invito a entrare, considerato come aveva reagito alle sue avance di prima. E adesso che faceva? Provò ad alzarsi di scatto, ma Pietro non gli lasciò neppure il tempo di tirarsi su i calzoni. Si scostò i capelli di lato e gli prese l’uccello in bocca ancora gocciolante di piscia. Il ragazzo lo lasciò fare. La faccenda cominciava a divertirlo. Voleva vedere fino a che punto sarebbe arrivato. Pietro, in ginocchio, anche lui coi pantaloni calati, cominciò a spompinarlo con dolcezza masturbandosi con l’altra mano. Il ragazzo non s’era sbagliato. Pietro aveva realmente un bel arnese. La cosa fu un po’ troppo rapida ma molto eccitante e come inizio lasciava ben sperare. Quando ebbero finito Pietro gli passò una salvietta pulita e lo lasciò lì da solo a farsi la doccia. Quando il ragazzo uscì e lo raggiunse in cucina, trovò Pietro seduto ad aspettarlo in una bella veste da camera a righe rosse e blu, davanti a una fetta di pane casereccio, mozzarella di bufala e salame piccante, e a un bel bicchiere di cristallo pieno per metà di un corposo vino rosso.
Sotto la vestaglia Pietro aveva una maglietta gialla con il numero 69 e la scritta “breakfast included” stampata in verde.
“Servizio completo, eh?” fece il ragazzo divertito da quella assurda situazione. Con la mano libera dal panino Pietro accarezzò Eva che si era andata a strusciare contro le gambe del ragazzo.
“Piaci anche a lei” disse Pietro, glissando elegantemente su quella battuta e sollevò il bicchiere in segno beneaugurante. Poi si avvicinò e lo baciò travasando il vino tiepido direttamente dalla sua bocca a quella del ragazzo. Alla fine gli sorrise dolcemente, come a voler sottolineare che era lui a condurre il gioco lì.