giovedì 25 marzo 2010

Sogno n° 3

Sono sul Gianicolo a Roma, alla guida di un enorme autobus turistico bianco a due piani. A bordo ci sono anche il mio compagno, mio fratello e un suo amico. Come al solito mio fratello mi dice di fare una certa manovra per uscire dal parcheggio e io, come al solito, ne ho in mente un’altra. Alla fine mentre facciamo marcia indietro finiamo sul ciglio di un burrone e sotto gli occhi terrorizzati di noi tutti cominciamo a precipitare giù. Giù, giù, sempre più giù. Nel vuoto. Siamo spacciati, ma io non mi perdo d’animo e urlo: “Ragazzi ma che cazzo, qua dobbiamo farcela!” Comincio a manovrare e alla fine del viaggio alla velocità della luce in mezzo all’oscurità dell’universo andiamo a sbattere contro una parete bianca, come quella della cameretta di un adolescente, con tutti gli adesivi delle auto di F1 appiccicati ovunque. Sulla parete c’è una libreria. Sul ripiano più alto c’è il mio autobus bianco a due piani. Non so come, ma in qualche modo devo essere riuscito a bloccare quel mastodonte durante la caduta e farlo fermare lì, solo che adesso è così piccolo che mi sembra un bus giocattolo. Prendo la libreria a due mani e la sbatto a terra senza sforzo, il bus giocattolo con noi dentro sopra. Siamo quasi a terra, mancano gli ultimi dieci centimetri. Apro un lato della libreria che ora è diventata come uno scatolone di cartone da traslochi e facilmente faccio scendere il modellino a terra, usando una delle alette della scatola come un ponte levatoio. Nella stanza di fianco c’è una maga che legge il futuro. Quando arriva il mio turno entro con tutta l’adrenalina che ho ancora in corpo e la assalgo. Svuoto sul suo tavolino una bustina di cocaina che sembra zucchero e le chiedo urlando come vede il mio futuro. “Ma si rende conto che stavo morendo? Perché non mi ha avvisato?” Lei sorride e senza minimamente scomporsi mi domanda: “Qual è la cosa più ridicola che vedi?” Ci sono quattro macchinine di pelle umana davanti a lei sul tavolino. Una è sottile sottile, rugosa e bitorzoluta come le altre, ma somiglia a un piccolo cazzo con il muso a forma di glande e le ruote a mo’ di palle. Allora io le dico: ”Quella”. Lei me ne indica una giocattolo dalla forma uguale, appesa al muro alle sue spalle e mi fa: “In questo periodo sei molto fortunato. Perché non ti metti in proprio?”

mercoledì 24 marzo 2010

Olga (IV parte)

Raduno estivo, Perugia. Esterno giorno.
I vampiri della nazionale non contenti del sangue che gli facevano sputare ogni giorno in pista né di quello che gli avevano prelevato durante tutta la settimana di allenamenti, volevano assaggiare anche la sua carne. Giusto un pezzetto di quadricipite per conoscere la ricetta del successo del ragazzo, avevano detto ai genitori.
Più fibre bianche = 400 ostacoli. Più fibre rosse = 110 ostacoli. La risposta non arrivò mai. Giace ancora sull’asfalto della provinciale Perugia-Roma dove per un incidente dell’auto che lo trasportava in laboratorio, il bidone dell’azoto liquido si rovesciò, spargendo in terra il prezioso campione muscolare del ragazzo insieme a quelli di tutti gli altri allievi della nazionale, come le foglie della Sibilla Cumana sparse in terra.
Dopo la prima settimana a Perugia fu la volta dei raduni mensili a Formia. Che bello era prendere il treno e ritrovarsi con i compagni velocisti alla scuola nazionale di atletica leggera insieme a Mennea, la Simeoni e ai tanti altri campioni con cui si condividevano sudore e sogni, risate, lacrime e sangue.
Gli ostacolisti erano i più coccolati perché riunivano velocità, potenza e coordinazione a quel non so che di misterioso, unico e indefinibile che viene comunemente chiamato stile. Si faceva a gara per tutto: per l’uscita più rapida dai blocchi, il passaggio più elegante sugli ostacoli, la maggiore reattività in pista e, naturalmente, lo stacco di coscia più alto e la calzamaglia più attillata. D’estate poi era un tripudio di corpi depilati e ben oliati, narcisisticamente esposti in bella vista con la scusa dell’abbronzatura.
“Sesso che cammina” diceva il ragazzo, anzi che corre. Lo sapevano anche loro, i vampiri della nazionale che era impossibile tenere a freno gli ormoni impazziti di quegli adolescenti, nel pieno vigore delle loro forze. Per questo gli mettevano il bromuro nel latte e li chiudevano a chiave nelle camerate di notte, per evitare che andassero a insidiare le compagne atlete. Ma chi ci pensava alle ragazze. Loro bastavano a se stessi. Tutto cominciò per gioco, grazie a un numero di Playboy che il ragazzo aveva trafugato dall’armadietto di un massaggiatore. Nel corridoio in fondo alle camerate c’era una fotocopiatrice. Di notte i ragazzi si passavano la rivista e quando l’eccitazione si faceva largo dentro i boxer lo tiravano fuori, lo poggiavano sul vetro e lo fotocopiavano. Poi misuravano il risultato con la fettuccia per il salto in lungo. Presto diventò quella la gara più eccitante per il ragazzo. Non gli era mai piaciuto fare addominali.
“Con la tararuga ci nasci, ma non ci diventi” si consolava lui con gli altri. Ma nel segreto della sua stanza si sottoponeva a infinite serie di crunch, prima e dopo ogni allenamento.
“Gli piacciono gli addominali al tuo amichetto, eh?” gli disse un giorno il suo nuovo allenatore. “Se non la smetti di frequentare quella gente lo dico ai tuoi genitori” concluse, gelando il sangue del ragazzo davanti a tutti i suoi compagni di squadra.
Lui fece finta di niente ma sentiva una rabbia antica montargli dentro. Trovava tutto così ingiusto e umiliante. Un furtivo scambio d’occhiate col suo fedele compagno di allenamenti gli confermò che i suoi sospetti erano fondati. Quell’infame oveva aver parlato. Cominciò a dubitare della lealtà del compagno con cui s’era confidato ma si sentiva abbastanza tranquillo. Quel bastardo di allenatore in fondo non aveva prove. All’epoca il ragazzo frequentava solo un paio di locali privati, perciò dovunque l’avesse beccato quel ficcanaso figlio di puttana doveva essere dell’ambiente pure lui. E un frocio sposato con due figli di sicuro aveva molto più da perdere di lui. Comunque il ragazzo aveva preso le sue precauzioni e quando si ripresentò dai suoi per il suo compleanno, si portò dietro una fidanzata in carne ed ossa. Parecchio in carne per la verità. Fulvia era alta, grossa e alquanto ingenua, ma abbastanza cotta di lui da credere alla raffazzonata storia del suo dis-orientamento sessuale e candidarsi con piacere per redimerlo e riportarlo sulla retta via. La mamma del ragazzo, conoscendo l’ossessione del figlio per l’estetica dovette rimanere alquanto sorpresa alla vista di quella valchiria dal marcato accento romanesco e dal modo non esattamente raffinato con cui sorbiva il brodo dei suoi tortellini fatti in casa. Ma l’affetto sincero che dimostrava per suo figlio la rassicurò a tal punto che il pranzo scivolò liscio come l’olio verso un sonnacchioso pomeriggio domenicale. L’unico ad essere visibilmente sollevato sembrava Pietro che, sebbene non giudicasse esattamente Fulvia come una Venere di Milo, la riteneva una ragione sufficiente per fugare i dubbi e le insinuazioni sempre più pressanti dei suoi amici sulla chiacchierata omosessualità del fratello. Il ragazzo -che non aveva mai creduto nelle coincidenze- avrebbe dovuto capirlo subito che quella farsa non avrebbe retto a lungo. Ma quando si accorse di aver perso la carta d’identità non colse il segno premonitore dell’imminente tragedia. Appena rientrò a casa dopo aver fatto la denuncia di smarrimento alla vicina stazione di polizia, al ragazzo fu chiaro che l’allenatore aveva mantenuto la promessa, anzi la minaccia. Era bastata una telefonata per mandare tutto a puttane e trasformare la valchiria di rappresentanza  in un ammasso tremolante di carne umana. Quando il ragazzo la vide piangere insieme ai suoi genitori sul divano blu dell’ingresso confessò tutto come un fiume in piena che rompe gli argini. Non era più tempo di scappare. Lui era cambiato ed era ormai pronto ad affrontare la realtà senza paura. Non si spaventò nemmeno quando sentì l’eco di quelle parole rimbombargli dentro per l’ultima volta: “Morirai a 19 anni”. Da quel momento il ragazzo giurò di chiudere per sempre col passato, anche se sapeva di dover dire addio al suo grande amore per l’atletica. Guardava i legni di tutti gli ostacoli che aveva superato passargli davanti, trascinati via dalla corrente in piena della sua nuova vita. Era morto e risorto e n’era felice. Aveva appena compiuto 19 anni.

martedì 23 marzo 2010

Olga (III parte)

Paura. Ecco cosa spinge un ragazzo di 17 anni a svegliarsi alle 7 ogni mattina, domenica compresa, correre in salita trascinandosi dietro un copertone piombato sotto il sole, la pioggia o il vento gelato. Ogni mattina scendeva di corsa i quattordici scalini in marmo bianco tra l’ascensore e il portone d’ingresso del palazzo e poi gli ultimi due gradini neri di pietra che davano sulla strada. Quattordici secondi e due centesimi: il record italiano allievi sui 110 ostacoli. Era un segno del destino. Ormai era diventato il suo chiodo fisso. Pensava solo a quello, giorno e notte. Qualcuno, qualcosa dentro di lui gli diceva di non mollare, che ce l’avrebbe fatta. Che era solo questione di tempo. Così il ragazzo cominciò ad allenarsi duramente, costantemente, caparbiamente. Sentendosi ogni giorno meno confuso, meno triste, meno sconfitto ma non più felice. Meno arrabbiato e meno solo ma mai felice. Solo quando si trovava a un metro e sei centimetri da terra, proteso sopra l’ostacolo come un missile, si sentiva così. Era solo un attimo. L’istante preciso in cui un piede è oltre l’ostacolo e l’altro si aggrappa ostinatamente al suolo alle sue spalle, come un artiglio. Allora per lui era come lasciare questa Terra per entrare in un’altra dimensione. Trascendeva le leggi fisiche come una saetta che attraversa il cielo d’improvviso, senza né tuono né fulmine, ma in modo naturale come per osmosi. Con un’azione fluida e progressiva: come un feto che si rigira nella placenta o come i cerchi che si formano nell’acqua. In quei momenti il ragazzo si dava completamente, incondizionatamente e arrivava al traguardo esausto. Morto e resuscitato. Allora si riconciliava davvero con se stesso. Per il resto, come diceva Silvia, qualsiasi cosa facesse, si sentiva solo un ragazzo a prestito.

Era un bel sabato d’inizio estate a Roma. Il ragazzo aveva lavorato sodo tutto l’anno. Era al massimo della forma e lo sapeva. Ma c’era il solito problema dell’emozione che lo tormentava. Per fortuna arrivò allo stadio dei Marmi così in ritardo che non ci fu neppure il tempo per pensare. A stento aveva un quarto d’ora per scaldarsi ma faceva caldo e i muscoli erano già bollenti sotto la calzamaglia blu e nera della Nike. 
Lo capì subito che quel giorno sarebbe successo qualcosa di straordinario. Il leggero vento a favore, i mulinelli d’aria calda che si sollevavano a ondate dalla pista bollente facendo tremolare i corpi nudi dei giganti di marmo come miraggi davanti ai suoi occhi, la consistenza magmatica del tartan, il silenzio carico d’attesa del pubblico sugli spalti, dell’allenatore e di tutti i suoi compagni di squadra. Tutto aveva un che di sovrannaturale. A causa del ritardo al ragazzo fu assegnata la prima corsia e non quella centrale che spetta di diritto a chi detiene il miglior record personale. Ma la cosa non lo disturbò più di tanto. L’allenatore non mancò di sporgere reclamo al giudice di gara, più per guadagnare tempo per il riscaldamento del ragazzo e per innervosire un po’ i suoi avversari che per altro. Lo sapeva benissimo anche lui che la prima corsia è la migliore per chi attacca gli ostacoli con la destra, perché puoi passare la seconda gamba leggermente più bassa e un po’ esterna alle barriere; quel tanto che basta a guadagnare preziosi centesimi di secondo. Mentre lo starter elencava i nomi dei concorrenti e i rispettivi record personali il ragazzo sistemò i blocchi, strinse forte i lacci delle scarpe chiodate e si sedette, aspettando che l’ansia se ne andasse. Tirò fuori dallo zainetto di tela lo specchietto rotondo e si guardò. Vide la paura nascosta in fondo agli occhi, i suoi begli occhi scuri, sotto l’arco gentile delle sopracciglia. Riconobbe i segni della tensione trattenuta nella linea sottile delle labbra che gli tagliava la bocca in due di netto. Seguì le gocce di sudore che gli imperlavano la fronte ampia e gli gocciolavano di lato sulle tempie dove il sangue pulsava all’impazzata. E cominciò a respirare profondamente. Fece uno, due, tre respiri. Ampi e profondi, ampi e profondi, ampi e profondi. Finché la paura di quel ragazzo che fuggiva rincorso dai compagni di scuola che gridavano femminella, la sensazione d’inadeguatezza che lo prendeva allo stomaco, l’ombra lunga della solitudine che lo tallonava sempre da vicino pian piano scomparve, superata da una sensazione nuova, profonda e incrollabile. La consapevolezza di potercela fare. Quando lo starter esplose il colpo di pistola a salve non sentì più gli insulti, la vergogna, la differenza. Sentì solo il battito del suo cuore. E volò via verso il traguardo in una corsa elegante, leggera e lieve. Una corsa che non conosceva ostacoli.
“Quattoridici e due! Quattoridici e due!” urlò l’allenatore. Ma il ragazzo non lo ascoltava. Sentiva solo che finalmente era finita.

lunedì 22 marzo 2010

Olga (II parte)

Prendeva le forbicine per le unghie dalla scatola d’argento di sua mamma, sceglieva il lato della pagina con la modella più carina e cominciava a ritagliare. Era di una precisione sconcertante, ai limiti della mania. Poteva passare una mattinata intera a ritagliare la sagoma di una sola modella. Non si lasciava sfuggire neanche un dettaglio. L’unghia di un dito, il bordo di un cappello, le frange  di una sciarpa, una ciocca di capelli per quanto sottile fosse, lui non la tagliava: la cesellava con le forbicine. Ricopriva tutto il letto con una miriade di triangolini e striscioline di carta patinata così sottili che a sua mamma non riusciva di toglierli neppure con lo scotch ed era costretta a passare l’aspirapolvere sul copriletto merlettato per delle ore. Una volta ritagliate le figure, il ragazzo dava un nome a ogni modella prendendo spunto dal colore degli occhi o dei capelli, da un dettaglio dell’abbigliamento, oppure inventandoli di sana pianta. Quella era la parte più bella. Dopo il meticoloso lavoro manuale in cui si costringeva ad una rigida disciplina, poteva finalmente  concedersi il lusso di volare libero sulle ali della fantasia. Angel era la sua preferita. Due occhi azzurri tagliati di sghimbescio, sopracciglia ad ala di gabbiano come Marilyn e quell’aria così snob. Sicuramente aveva il sangue blu.  L’aveva ritagliata in due versioni: quella da sera in abito lungo, tacchi a spillo e un lungo bocchino alla Audrey Hepburn in Colazione da Tiffany; l’altra look sportivo-elegante con una folta chioma bionda fasciata in un foulard color cremisi, pantaloni a pinocchietto bianchi e una minuscola pochette in acciaio e swarosky stretta in pugno: un’arma impropria più che una borsetta. Proprio così. Perché dopo il ritaglio e il battesimo iniziava la battaglia. La selezione era rigida e spietata, come per una sfida olimpica con tanto di teste di serie, batterie, semifinali e finali che sancivano la supremazia della più bella e della più forte, finché non ne restava solo una. Spiegazzata, tagliuzzata, mutilata a volte, ma assoluta vincitrice. Era una guerra senza esclusione di colpi. Cominciava sempre con una rapida schermaglia a base di algide occhiate e acidi commenti in falsetto, imitando la voce della mamma con la cameriera, il portiere, o quando rimproverava il garzone del salumiere perché la mozzarella non aveva “la goccia”. Solo dopo aver studiato l’avversaria e individuato i suoi punti deboli, la battaglia vera e
propria aveva inizio. E Angel vinceva sempre. Così, una febbre dopo l’altra, il ragazzo allenò la sua voce a raggiungere altezze proibitive per un maschio. Finché scoprì il ruggito della tigre di Cremona. Ogni pomeriggio dopo pranzo, nei giorni in cui il papà medico non faceva le visite in casa, aspettava pazientemente che la mamma finisse il suo beauty sleep e uscisse, e si metteva le cuffie. Poi accendeva lo stereo, prendeva un disco di Mina e poggiava delicatamente la puntina sul primo solco del 33 giri. Ormai conosceva tutte le parole delle canzoni a memoria e le seguiva come in un karaoke, con la sua voce bianca da adolescente, senza perdere neppure un’ottava.
Alla radio andavano forti anche le canzoni americane e sulla via di scuola il ragazzo si sorprendeva a recuperare il ritardo accumulato a colazione -con la tesa penzoloni e gli occhi cisposi davanti alla tazza del caffellatte- saltellando al ritmo di questa o quella canzone dalla cadenza vagamente anglofona, le cui uniche parole comprensibili erano i nomi delle sue eroine di carta. Fu così che il ragazzo imparò contemporaneamente due cose che si sarebbero rivelate molto utili per il suo futuro: correre veloce e parlare inglese.
Furono proprio la sua vocina, i suoi boccoli biondi e i suoi modi gentili, gli stessi che solo fino a qualche anno prima gli avevano guadagnato le simpatie incondizionate di compagni e insegnanti, a tirargli un brutto tiro. Tutto ebbe inizio un lunedì dopo le vacanze estive. Il ragazzo aveva fatto una delle sue puntuali obiezioni, quando la morbida chioma bionda della prof di lettere ebbe un tremito e dopo aver compiuto un mezzo giro su se stessa sotto il fascio di luce che filtrava dalla finestra sul cortile, rivelò l’orrendo volto di un’erinni. Il ragazzo non poté credere alle sue orecchie quando la sentì dire acida davanti a tutta la classe:
“Innanzitutto non è questa la voce con cui dovrebbe esprimersi un ragazzo della tua età. E poi faresti meglio a non interrompere di continuo la lezione con le tue domande!”
Da quel giorno all’uscita di scuola tutti cominciarono a chiamarlo femminella.
Il ragazzo smise di cantare le canzoni di Mina e cominciò a usare tutto il fiato che aveva in corpo per sfuggire alle imboscate dei suoi compagni di scuola che, sentendosi legittimati dalla sparata della prof di lettere, si erano trasformati improvvisamente nei suoi più temibili persecutori.

venerdì 19 marzo 2010

Anche Lucifero era un angelo.

Olga (I parte)

E pensare che il ragazzo era approdato all’atletica solo per sfuggire alla concorrenza di Piero, il fratello maggiore che puntualmente lo stracciava a tennis. Era una battaglia impari perché per un ragazzo di 14 anni, due anni di differenza sono tanti. E non era l’unica battaglia che combatteva contro di lui. Quand’erano piccoli lui e il fratello giocavano sempre ai soldatini. Quanti ce n’erano in quella vecchia scatola di biscotti. Saranno stati un centinaio, tra indiani e cowboy. Una lotta per decidere chi prendeva i cowboy. Una lotta per accaparrarsene il maggior numero possibile, con dieci tiri di dadi. Li allineavano in una lunga fila sul parquet, ai lati opposti della stanza. L’ultimo tiro di dadi decretava chi doveva lanciare per primo la biglia matta contro le fila nemiche. Si andava avanti, un lancio ciascuno, finché tutti i soldatini avversari non erano riversi a terra. Niente giochi di sponda sulle pareti laterali. Era quella la regola che causava più problemi perché una volta lanciata la biglia matta era impossibile prevedere i suoi rimbalzi. Non si sa come, finiva sempre che vinceva suo fratello. Allora lui si metteva a urlare con quanta voce aveva: NON VALE! NON VALE! NON VALE! Poi, accecato dalla rabbia si gettava sui soldatini nemici superstiti e li spazzava via con una manata. A quel punto Piero perdeva la pazienza e cominciavano a menarsi. Il ragazzo si metteva sulla schiena scalciando da ogni parte come un pazzo e rendendo praticamente impossibile al fratello mettere a segno uno dei suoi terribili pugni. Quando le cose si mettevano male, papà urlava di finirla dallo studio e arrivava la mamma. Fulminava il fratello maggiore con lo sguardo, asciugava le lacrime al più piccolo con un tovagliolo e se lo portava in cucina dove gli dava una doppia dose di patatine fritte. Quello era il suo premio di consolazione. Tra le lacrime che gli velavano gli occhi e l’odio contro Piero che gli montava dentro senza ragione e proprio per questo senza alcuna possibilità di consolazione, il ragazzo diventava grande e la sua voglia di rivincita cresceva con lui, sempre più assurda, caparbia e incontrollabile come una malattia. Finché non cominciò ad ammalarsi sul serio.
Sua mamma aveva perso un fratellino di febbre tifoide e ogni volta che il ragazzo aveva l’influenza lei si disperava. A nulla servivano le parole del pediatra che frequentava assiduamente la casa e, dopo aver ficcato un cucchiaione in gola al figlio, tentava di tranquillizzarla che era solo una banale influenza. Lei si metteva le mani nei capelli e si tormentava senza sentire ragioni, finché una miriade di piccole efelidi rossicce le avvampavano il viso e il collo lungo alla Modigliani. 
“Febbre ‘e crescenza” la liquidava la nonna con la saggezza dei suoi 80 anni passati tra guerre, carestie e morti premature e In effetti ogni volta che il ragazzino si alzava dal letto, era di qualche centimetro più alto. Ben presto superò il fratello e l’inesorabile ascesa delle sue tacche segnate col pennarello verde sul parato della cameretta lo consolò un pochino. Ogni mattina la mamma gli misurava la temperatura e se aveva la febbre lo metteva nel lettone, gli portava la spremuta, il caffellatte coi biscotti già spalmati di burro e marmellata, accendeva il mangiadischi arancione con le sue favole canore preferite, gli stampava un bacio sulla fronte bollente e se ne andava tutta preoccupata al suo lavoro di maestra elementare. Quando si fece più grande e imparò a leggere, intorno agli otto anni, gli comprò i Quindici. Così poteva leggersi le favole da solo oltre che guardare le figure. Il libro più consumato della serie era il numero 14: “Fare e Costruire”. Sulla copertina e sulla costa c’era un riquadro verde pisello con delle grosse forbici grigie in rilievo. Verso i dieci anni la mamma cominciò a passargli le sue riviste. Erano per lo più giornali di moda con grandi pagine piene di modelle altissime e magrissime ritratte a figura intera, in tacchi alti, minigonne mozzafiato e abiti eleganti, cappelli e borse di ogni foggia e dimensione. Fu allora che il ragazzo poté mettere in pratica quello che aveva imparato sul libro de I Quindici numero 14.

giovedì 18 marzo 2010

Sogno n° 2


Siamo in viaggio e facciamo visita a una moschea in Egitto o in Oriente. Siamo in pochi, due o tre persone al massimo. Di fronte a noi ci sono delle scritte in una lingua che non comprendiamo. In una parete c’è una fessura stretta in verticale che lascia intravedere appena quello che c’è dietro: un prato d’erba verde che risplende al sole, alberi maestosi e vegetazione lussureggiante. Sotto c’è una scritta minuscola come una didascalia o la targhetta di un museo. Riesco a leggere qualcosa. E’ scritta in inglese e dice qualcosa sulla via per il benessere. Torniamo dentro per cominciare la nostra visita all’interno della moschea e mi ritrovo davanti a un’altra parete di pietra nuda e massiccia: invalicabile. Iniziamo le prove di magia. Come riscaldamento dobbiamo trasformare la parete nei vari elementi delle Forze. Io dico “Oxossi” e la trasformo in una parete verde come un giardino verticale. Poi in un’altra cosa, ma quando mi concentro per trasformarla in fuoco non ci riesco. Arriva Marlene, la mia madre spirituale. Ora siamo tutti seduti in fila davanti a lei in attesa di prendere lezioni di volo. Comincia il viaggio astrale e io le chiedo di portarmi con lei in alto ma mi risponde che non sono ancora pronto e di restare a terra a osservare. Tre ragazze si librano in aria come fatine di Walt Disney, colorando la volta della moschea prima di giallo, poi di verde. Hanno una benda azzurra sugli occhi che serve loro per vedere con il terzo occhio, senza guardare con gli occhi fisici. A un certo punto la terza ragazza sta per cadere ma quella che la precede lo percepisce e con un delicato movimento della mano a mulinello verso l’alto la fa risollevare e la rimette in formazione di volo. Io trovo due bacchette magiche in terra come quelle di Harry Potter: una come nuova, l’altra un po’ bruciacchiata sulla punta. Resto un po’ a guardarle, indeciso su quale prendere.
Una dovrà pur essere per me, penso. O forse è proprio la mia, nel senso che l’ho usata per qualche magia e poi l’ho dimenticata? Certo quella nuova è più bella, ma se l’ho usata vuol dire che la mia è l’altra: quella bruciacchiata. E la tiro su. Adesso tutte le donne sfilano davanti a me come su un tapis roulant, lievitando più che camminando. La prima è in trance. Mi parla ma io non la capisco. Poi Marlene, capelli rossi accesi e vestito nero, mi dice qualcosa sulla guerra e passa avanti.
Finisce il viaggio astrale. Sento la musica della radiosveglia ma continuo a dormire. E faccio un altro sogno. Esco sul terrazzo di casa mia e chiedo al mio compagno perché ha chiuso la persiana. E’ una persiana verde e grande che nella realtà non esiste perché le nostre sono piccole e grigie. Quando le scosto, sempre nel sogno, vedo che c’è un nido d’uccelli tra i rami del gelsomino e che è nato un piccolo. Poi vedo che proprio in quello stesso istante sta uscendo il secondo uccellino con tutte le piume ancora bagnate. Ma non dal guscio dell’uovo: dalla vagina della madre. Sottile e verticale come una fessura. Mi sveglio. E’ caldo ed esco a fare colazione in terrazzo. La prima cosa che faccio è scostare la persiana e guardare il gelsomino. 
Nascosto tra i rami più alti c’è un piccolo nido di merlo costruito con ramoscelli secchi, fili d’erba e qualche stella filante dello scorso Carnevale, intrecciati con cura a formare un’accogliente semisfera perfettamente mimetizzata tra la grondaia di rame e la tettoietta spiovente in vetro satinato del mio terrazzino. Incredibile ma al suo interno fanno capolino due uccellini appena nati che ripetono con i beccucci spalancati la loro insaziabile richiesta di cibo.