martedì 12 ottobre 2010

Luca (II parte)

La loro storia naturalmente andò avanti dopo quella sera. Il ragazzo imparò ad apprezzare l’autoironia di Luca che si tramutava facilmente in depressione. Luca lavorava in un negozio di abiti maschili in centro ma a sentire lui lavorava “sulla strada come una puttana”.
Adesso faceva il commesso nel negozio che prima era stato di sua proprietà. Aveva dovuto vendere le mura per pagarsi i debiti della droga. Aveva provato di tutto in una lenta e inesorabile escalation prima di arrivare all’ero.
“Così, un giorno, tanto per provare, con un amico in un sottoscala”.
Quella merda prima l’aveva mandato in paradiso, poi gli aveva fatto terra bruciata intorno. Senza più lavoro, né amici, né il sostegno della sua famiglia –la mamma e il fratello non gli avevano più rivolto la parola- la vita era diventata un tale inferno che aveva deciso di farla finita. Si era prostituito per tirare avanti e per mettere insieme i soldi dell’overdose che l’avrebbe mandato al creatore.
A fermarlo da quel proposito suicida era stata la morte di Marco, il suo compagno di pere, lo stesso che probabilmente gli aveva passato l’HIV. Marco s’era fatto fregare da una dose di G, un’altra droga chimica derivata dal detersivo per pulire i vetri che Luca fece provare al ragazzo con il contagocce e solo dopo avergli fatto un milione di raccomandazioni. Luca gli raccontò che Marco non era un pezzente come lui.
“Era un figlio di papà dell’alta borghesia milanese e aveva la paranoia di farsi beccare dalla pula. Per questo si faceva in casa prima di uscire, così in discoteca ci arrivava pulito e poteva sballarsi senza avere pensieri. Che tanto c’erano sempre gli amici fidati a soccorrerlo se si sentiva male. Eggià. Fidati un cazzo” sbottò Luca.
“Quelli andavano solo dietro ai suoi soldi. E che non lo sapeva pure lui secondo te? Solo che come tutti i ricchi Marco se la cantava e se la suonava, negando la verità anche a se stesso” continuò.
“Non lo sentivo da una settimana ma lui viaggiava spesso e non era così strano. E poi se ne stava spesso per i cavoli suoi. Scriveva. Ma quella sera era l’ultimo sabato di ottobre e Marco non si sarebbe perduto lo sballo di Halloween per niente al mondo. Lo chiamai. Lo messaggiai. Andai a suonargli al citofono. Niente. I pompieri dovettero sfondare la porta con l’accetta. Lo trovammo là. Nudo nella vasca da bagno con le mosche morte nel bicchiere con il G. Se n’era versata una dose troppo forte nel succo d’arancia o non lo so, forse una sincope, un collasso. O forse è solo scivolato nella vasca, ha sbattuto la testa e c’è rimasto. Annegato in 20 centimetri d’acqua. Ma si può?”
Luca gli disse che lui l’aveva amato Marco e non per i suoi soldi. Non aveva mai voluto accettarli tant’è che aveva dovuto vendersi il negozio. Amava la sua ingenuità, la sua integrità morale, la sua incrollabile fiducia nell’amicizia. Marco gli aveva scritto un sms il giorno dopo che si erano conosciuti. Poche parole, come era nel suo stile: “L’amicizia è una questione di chimica. Come la nostra.”
“L’amore no. Marco non ci credeva.”
 Luca aveva anche provato a fidanzarsi con lui, ma era durata poco. Il sesso andava alla grande –l’amico aveva un cazzone da negro- ma a Marco piacevano più giovani, molto più giovani di lui.
“Forse perché inconsciamente voleva essere per loro il padre che lui non aveva mai avuto.”
In un raro momento di debolezza aveva confessato a Luca che l’unica carezza che aveva ricevuto era stata quando il padre gli aveva teso la pelle del viso per mostrargli come radersi.
Non ne parlarono mai più. Faceva parte delle regole non scritte della loro amicizia.
“Per gli amici Marco si sarebbe fatto uccidere. Si dava senza limiti ma in cambio esigeva tanto, tantissimo. Non tutti lo capivano e quando avevano finito di sfruttare i suoi soldi lo mollavano per un altro più ricco. Lui soffriva immensamente e per la delusione si chiudeva in casa per un mese. Poi dava una festa d’addio e cambiava città. Ogni volta s’illudeva che fosse quella la città giusta per lui. Milano, Roma, Amsterdam, Londra, Parigi, Barcellona, New York, Sidney. Dove non andò. E ogni volta la città giusta era la prossima.”
Luca gli era stato dietro finché non aveva potuto più seguirlo.

domenica 10 ottobre 2010

Luca


Tra Goldie e le pillole c’era stato Luca. Quando la loro storia era finita, Luca aveva scritto una lettera al ragazzo. O per meglio dire un libricino pieno di pagine colorate in carta riciclata.
“Ti ho amato tanto.” Finiva così. Con un passato prossimo che al ragazzo sembrava ormai così remoto. A stento ricordava che faccia avesse Luca. Menomale che su una pagina di carta color ocra c’era incollata quella foto di loro due seduti fuori a quel pub di Londra. Di quella luna di miele ricordava solo la domenica pomeriggio passata al G.A.Y. Più salivano le scale della discoteca più le vetrate si appannavano dei sudori, gli umori e gli odori di tutti quei ragazzi. Erano due ragazzi anche loro. Due bei ragazzi innamorati pazzi. Lo ricordava come se Luca fosse lì davanti a lui. Quel suo modo delicato e sensuale di inumidirsi le labbra: un rapido saettare della lingua sotto i baffetti sottili e morbidi da adolescente.
Le sue gambe forti, temprate dallo step. Che sesso gli faceva!
E la dolcezza e il suo incredibile romanticismo che trapelava anche in mezzo al dolore di quelle righe scritte a pennarello nero e sbavate dalle lacrime.
Chissà dov’era Luca in quel momento. Se davvero era andato in America come gli aveva scritto.
New York, Los Angeles, San Francisco. Chissà se l’avrebbe incontrato da qualche parte nel suo viaggio. Chissà se almeno Luca era riuscito a trovarlo il grande amore laggiù, nella terra promessa dei gay. Di sicuro non era stato lui il fortunato. Il loro amore era stato travagliato, ma forse proprio per questo indimenticabile. Anche Luca aveva perduto il padre d’infarto. E anche lui per sfuggire a quel dolore immenso si era perso dietro a false promesse e amicizie sbagliate. Si erano conosciuti in pista allo Shocking di Milano a un after-hour durante le feste di Pasqua. Luca era fuorissimo. Eppure a differenza dei suoi amici di sballo che si scatenavano in modo violento e onanistico, la droga in Luca accentuava il suo lato romantico. Aveva cominciato ad accarezzare i capelli del ragazzo ogni volta che passava sotto il cubo su cui lui ballava mettendo in evidenza i suoi addominali perfetti e le sue gambe muscolose –era a petto nudo e aveva solo un pantaloncino corto di pelle addosso-. A un tratto il ragazzo se l’era ritrovato di fianco. Luca l’aveva preso dolcemente per mano, s’era inumidito i baffetti con la lingua e gli aveva chiesto: “Sei pronto per il moon-walk?”
Il ragazzo l’aveva fissato con sguardo interrogativo e aveva riconosciuto l’effetto della droga nell’eccessiva dilatazione delle pupille che nascondeva quasi completamente il bel colore nocciola dei suoi occhi. Sapeva che agli after si faceva largo uso di droghe cosiddette ricreative, ma lui non aveva mai preso niente -sì e no si era fatto qualche canna insieme a Silvia- e non voleva cominciare proprio allora. Suo padre era morto da meno di un mese. Sua madre era caduta in una terribile depressione. Non faceva che piangere e il ragazzo si sentiva profondamente in colpa per averla lasciata a casa da sola mentre lui era là che si divertiva. Quando Luca gli mostrò il bullet con la special-key già carico per fare un tiro il ragazzo non capì. Ma a Luca sembrò che facesse solo finta e con estrema dolcezza lo trascinò in bagno con sé. Il ragazzo lo seguì docilmente, sereno e ignaro come un vitello al macello. Luca conosceva tutti lì dentro, buttafuori compresi. Non gli fu difficile raggiungere il bagno degli handicappati e farselo aprire dalla vecchia donna delle pulizie. Le fece scivolare nella tasca del grembiule azzurro un paio d’euro e lei gli fece l’occhiolino.
Una volta dentro, Luca si inumidì nuovamente le labbra e lo baciò a lungo, teneramente.
Il ragazzo fu conquistato dal suo atteggiamento deciso e dalle sue labbra carnose e umide. Decise di fidarsi e quando Luca fece un tiro di Key e ricaricò il bullet per lui, lo imitò senza fiatare. Il ritorno dal bagno al cubo al centro della pista fu molto più lungo, lento e faticoso dell’andata. Ma incredibilmente bello. Luca incedeva a ritmo di musica davanti a lui, tenendolo stretto per mano. Ogni tanto si voltava per vedere come stava, s’inumidiva le labbra e lo baciava. Il ragazzo lo seguiva fedelmente a passi lunghi, molleggiati e leggeri, come se camminasse sulla luna. Al loro passaggio gli sembrava che quella folla di corpi che si dimenavano come ossessi al ritmo della musica house d’improvviso si aprisse come le acque del Nilo davanti a Mosè. Quando alla fine di quel viaggio ritornarono lì dove si erano conosciuti, il ragazzo pensò che fosse passata un’eternità e capì perché Luca l’avesse chiamato “moon-walk”. Gli effetti dell’anestetico per cavalli che avevano sniffato durò per un bel po’ specialmente per il ragazzo che non l’aveva mai provato prima. Luca fu il suo angelo custode per tutta la notte. Esistevano soltanto loro due e potevano sentire i loro cuori battere all’unisono. Quando il ragazzo si svegliò nel letto di Luca con la mano intrecciata alla sua, gliene fu grato. E quando scoprì che Luca spacciandosi per lui aveva inviato dal suo cellulare un sms alla mamma per rassicurarla che stava bene ma che avrebbe dormito a casa di un amico quella notte perché avevano fatto tardi e non se la sentiva di guidare, il ragazzo non si infuriò. Non sapeva se Luca lo amava ma aveva un disperato bisogno che qualcuno si prendesse cura di lui. E si affidò a lui senza riserve.

mercoledì 25 agosto 2010

Sogno n°5

Maggio era il mese in cui si cambiavano le vetrine dei negozi con i sassi.
I ragazzini in strada raccoglievano i sanpietrini e li caricavano sulla carriola. Aspettavano la mattina presto, quando le luci dei lampioni erano ancora accese ma in strada non c’era ancora in giro nessuno, e cominciava la festa. Lanciavano i sassi contro i vetri e li spaccavano così, semplicemente. Poco male. I passanti li guardavano tranquilli e così pure i negozianti che tiravano su la claire, scopavano via le schegge di vetro e li sostituivano con delle lastre nuove.

A giugno c’erano tre case con le scale collegate tra loro al pianterreno e un aereo che decollava in discesa. In una casa era sempre inverno. Nella seconda il papà si nascondeva e il figlio gli rubava il portafogli. Nella terza tutto girava: le pareti ruotavano e mobili e oggetti roteavano in aria in tante spirali.

Luglio era la festa dei burloni. Avevano un paio di super occhi che permettevano loro di vedere le cose da vicino anche se erano lontanissime. Facevano festa tutto il giorno e tutta la notte. E vivevano sempre felici e contenti.

martedì 24 agosto 2010

Droppie (XI parte)

Dopo quella giornata stressante era seguita una notte completamente insonne.
Il ragazzo si era rigirato nel letto fino all’alba. Appena era riuscito a distinguere le sagome delle case s’era alzato, era andato in cucina e si era preparato un caffé bello forte che lo tenesse sveglio per il resto del giorno che avrebbe dovuto passare in biblioteca. Doveva consegnare la tesi entro la fine della settimana. Il relatore gli aveva dato l’ultimatum e non poteva permettersi ulteriori ritardi, pena lo slittamento della laurea alla sessione successiva, sei mesi dopo. Il ragazzo aveva acquistato a gennaio il biglietto aereo per New York e non avrebbe rinunciato per nulla al mondo al suo viaggio fly-and-drive nella terra della libertà. Voleva visitare il Village e lo Stonewall dove tutto era cominciato. Poi Miami, San Francisco e Los Angeles. Aveva già contattato degli amici via internet e aveva organizzato tutto. Avrebbe dormito da amici e amici di amici in ogni città e qualche giorno in ostello, nelle città dove non aveva appoggi o nelle tappe intermedie tra una destinazione e l’altra. In fondo era un viaggio all’avventura e come andava andava. Non era la prima volta che viaggiava da solo e sapeva perfettamente come cavarsela. Era certo che si sarebbe divertito e che quella sarebbe stata un’esperienza da raccontare ai suoi nipoti, si fa per dire.
Prese la vecchia moka della nonna, quella da sei tazze e ricordò come il caffè per Donna Caterina fosse un rito. Fece scorrere l’acqua del rubinetto e riempì la base della macchinetta mezzo dito sopra la valvola, come gli aveva insegnato lei. Poi ci mise il filtro, capovolse il tutto per eliminare l’acqua in eccesso e caricò il caffè. Fece una bella montagnella e la schiacciò per bene col cucchiaino. Alla fine ci fece due o tre buchi al centro con uno stecchino in modo che l’acqua potesse salire su agevolmente e avvitò bene la moka. Accese il fuoco al minimo, sollevò il coperchio della caffettiera e ci mise
sopra il cucchiaino a mo’ di paragocce.
Mentre aspettava che salisse il caffè, vide la penna. Era una di quelle a scatto trasparenti, con la donnina che si spoglia quando la metti a testa in giù per scrivere. Solo che al posto della donnina c’era un uomo in miniatura vestito da cowboy, con un grosso pisellone nascosto sotto la salopette jeans. “Billy” c’era scritto. Il ragazzo di aver ricevuto quel gadget per l’apertura di una discoteca gay di Roma. Si rigirò Billy tra le mani per un po’ e poi cominciò a scrivere sul retro del foglio dove aveva appuntato la lista della spesa.

“Era qui che mi aspettava, la tua penna. Un’altra cosa che mi farà ricordare di te per tutta la vita. Sapessi quanto mi pesa questa riconquistata vita da single. I party, i free pass, gli sguardi furtivi, i primi approcci, i preservativi e tutto il resto. Mi sembra un secolo da quando stavamo insieme. Ci penso mentre guardo le piante rinsecchite sul mio davanzale. Sembrano qui apposta per ricordarmi quanto sia precaria la vita. Tutto passa, tutto si trasforma. E noi che tentiamo inutilmente di dare ordine al caos.
Attraverso le inferriate del balcone vedo un gruppo di ragazzi che tornano a piedi da qualche discoteca e mi domando chi di noi sia prigioniero.
La vera prigione è la coppia che dopo mille notti passate avvinghiati l’uno all’altro stritola ogni passione, o questa gabbia di matti che in piena notte lascia il mondo dei sogni per rincorrerne altri nel buio dei locali?
Più passa il tempo più il ricordo di te si fa dolce come la polpa di un’arancia. Sotto la buccia indurita dalla rabbia e dal rancore cerco il buono di te che ancora c’è. I tuoi gesti gentili, le tue parole affettuose, i tuoi pensieri premurosi. Cerco di capire ancora cosa sia successo. Volevo sentirmi importante per qualcuno. Insostituibile. Imbattibile. Che stupido. Credevo di poterti aiutare a cambiare la tua vita e invece ho finito per cambiare la mia. Per sempre. Accarezzandoti di notte come i gatti mi nutrivo dei tuoi incubi, delle tue paure inconfessate, delle tue ossessioni. Fino a venirne inesorabilmente posseduto.
L’altro giorno un gatto nero mi ha attraversato la strada, fulmineo e silenzioso come il pensiero di te. Mi ha lanciato una breve occhiata attraverso la fessura verticale delle sue pupille. Aveva la stessa luce sinistra che ti vidi balenare negli occhi sotto le strobo in quella maledetta discoteca. Occhi belli e dannati.
Dannato me e la mia presunzione. Sì, sono presuntuoso, narciso, ambizioso, illuso. Sono triste e solo. Ma sono vivo. Sono qui che bacio un’alba nuova sul vetro appannato della mia cucina. Ci sono amori da vivere e amori da scrivere.”

lunedì 23 agosto 2010

Droppie (X parte)

Il giorno dopo si mise il computer sottobraccio e prese la metro per andare in biblioteca a finire la sua tesi. Non aveva scritto a Silvia né l’aveva più chiamata dopo che era tornata a Milano. Non era dell’umore giusto per parlare con nessuno. Era ancora sottosopra e non avrebbe saputo cosa dirle. E poi il tempo era fisso sul bello. Avrebbe aspettato che piovesse e che il bicchiere sul davanzale si riempisse, come aveva detto lei. Nel tunnel della metro faceva già molto caldo alle dieci di mattina. Era pieno zeppo di persone irritabili e accaldate. Le panchine erano tutte occupate. Il ragazzo poggiò la schiena contro il muro ricurvo della stazione Cavour e si mise a leggere i cartelloni della pubblicità per ingannare il tempo.

“People would read anything in the tube” era l’headline di una campagna inglese che aveva citato nella sua tesi come miglior esempio di utilizzo dei media. Era proprio vero. Guardò il tabellone: ancora sei minuti. La metropolitana di Roma faceva ridere in confronto a quella di Milano. Nel frattempo arrivò sferragliando il treno in direzione opposta e dopo poco ripartì. Tra la folla di persone gli sembrò di riconoscere un impermeabile color crema che gli era stranamente familiare. Il suo cuore cominciò a battere all’impazzata. L’uomo con la ventiquattrore e la chierica somigliava… ma no, non poteva essere. Eppure sembrava proprio lui. Stesso impermeabile dal taglio ampio con le spalline abbottonate, stessa fodera a quadrettini della Barbour. E i capelli portati corti dietro e sui lati e con la piazzetta in mezzo? Se non fosse stato per la montatura degli occhiali alla moda avrebbe giurato che quello fosse suo padre. Ma una montatura si può anche cambiare, pensò. L’uomo dall’altra parte dei binari intanto si avviò tranquillamente verso l’uscita. Il suo treno stava per arrivare ma il ragazzo fu preso da un impulso irrefrenabile. Cominciò a correre su per le scale come un pazzo, scontrandosi contro la fiumana di gente che scendeva in senso opposto. Nulla poteva fermarlo. Neppure quella cicciona con le buste della spesa e il figlio in braccio che per poco non ammazzava. Neppure il rischio di rompere il computer nell’impatto e di perdere tutto il lavoro fatto per la tesi. Salì i gradini delle scale di marmo due a due, scavalcò i tornelli e riemerse nel mare di turisti in Via dei Fori Imperiali. Dell’uomo con l’impermeabile crema neanche l’ombra. Davanti a lui svettava in controluce la sagoma imponente e maestosa del Colosseo. Non era la prima volta che gli capitava quella sensazione di spaesamento. Un attacco di panico in piena regola. Aveva sognato tante volte che il padre fosse vivo. Temeva che avesse inscenato la sua morte per potersi risposare, avere altri figli, rifarsi una famiglia. Cambiare vita insomma. Se non avesse visto con i suoi occhi e toccato con le sue mani il corpo esanime del padre su quella fredda lastra di marmo dell’obitorio non avrebbe avuto dubbi. Gli mancava ancora così tanto? Se lo immaginò all’estero. Avrebbe dovuto cambiare nome e professione, ma con la sua conoscenza dell’inglese e del francese, la sua intelligenza e la sua incredibile abilità di autodidatta Tullio ce l’avrebbe fatta ovunque. Una volta gli aveva raccontato che, da giovane, per far colpo su una danese di cui si era innamorato, aveva imparò da solo la sua lingua e le promise che un giorno anche in quella terra lontana lei avrebbe sentito parlare di lui. E così fu. A 40 anni e senza appoggi politici o raccomandazioni di alcun genere Tullio era diventato il primario più giovane d’Italia e tenne congressi in tutto il mondo. Adesso che ci pensava, il padre aveva sempre prediletto i paesi del nord Europa. Sarebbe stata diversa la sua vita se suo padre fosse stato ancora lì con lui? Lo avrebbe aiutato con i soldi, l’università, la malattia e tutto il resto? E sua madre, come sarebbe stata? Lei che quando il marito era in vita si lamentava sempre che era un orso e non voleva mai uscire e vedere gente -a lui bastavano i suoi libri e la sua musica- e che dopo la sua morte aveva rimosso tutto: litigi, musi lunghi, incomprensioni, per ricordare solo quel poco di buono che restava. E’ così che funziona il cervello. Rimuove i ricordi brutti e conserva solo quelli che ti fanno stare bene. Gliel’aveva insegnato suo padre. Diceva sempre che il cervello non può impedirsi di pensare e che chi dice che non sta pensando a niente, mente spudoratamente. Perché è l’uso che fa l’organo. E l’unica funzione del cervello è quella di pensare. Addirittura una volta quando studiava biologia suo padre gli aveva detto che continua a esserci attività cerebrale anche qualche minuto dopo morti. E lui, cosa stava pensando in quel momento? Forse che a suo padre avrebbe fatto piacere vederlo laureato? Cazzo, la tesi! La sessione di laurea era fra meno di un mese e doveva ancora completarla e consegnarla al relatore.

mercoledì 28 luglio 2010

Droppie (IX parte)

Ma a chi voleva darla a bere pensò mentre spingeva la bicicletta a piedi sul lungotevere. Non si è mai single per scelta. Aveva innestato il pilota automatico e quasi senza accorgersene era arrivato davanti al negozio di biciclette nel ghetto ebraico. Entrò e chiese gentilmente al proprietario, o almeno così gli sembrava di ricordare, se poteva per favore dargli una gonfiatina. L’anziano signore che stava dietro al bancone neppure gli rispose e gli fece cenno con la mano di servirsi da solo usando la pompa ad aria compressa messa gratuitamente a disposizione dei clienti all’esterno del negozio. Ma il ragazzo insisté. Voleva approfittare dell’occasione per cambiare anche la sella che s’impregnava tutta d’acqua quando pioveva e già che c’era farsi dare anche una stretta ai freni. La sella costava 30 euro. Doveva lasciargli la bici e passare a ritirarla il giorno dopo, bofonchiò l’uomo sempre senza sollevare gli occhi dal suo registro dei conti. Trenta euro era più di quanto aveva pagato la bici -che era rubata sì, ma era pur sempre una Rossignoli e in perfette condizioni- disse il ragazzo e chiese di vedere le selle. 
L’ebreo neanche gli rispose. Il negozio era vuoto, lui era l’unico cliente e non riusciva proprio a capire il perché di tanta maleducazione. Nulla poteva giustificare un simile comportamento, specialmente da parte di quel vecchio commerciante ebreo che pure doveva aver sperimentato sulla propria pelle quella stessa mancanza di riguardo, quella stessa odiosa indifferenza che ora stava riservando a lui. A parte la differenza d’età le esistenze di quel ebreo disilluso e di quel giovane omosessuale confuso erano accomunate dal medesimo destino di discriminazione e sofferenza. Una condizione comune e un comune sentire, proprio come diceva la lettera di Silvia –si disse- e ancora una volta il pensiero tornò all’amica e ai tempi del liceo. Ma fu solo per un breve istante. Il ragazzo non ebbe neanche il tempo di riaversi dalla sorpresa che il proprietario l’aveva già scaraventato fuori dal negozio, inveendo contro di lui e la sua bici di merda.
Ritornando a casa a piedi in preda a una tremenda tensione -testa bassa e pugni serrati sul manubrio della bici- con un mare di rabbia pronta a esplodere in un pianto dirotto, il ragazzo si sentiva ancora più confuso di quando era uscito. Cosa gli stava succedendo? Era stato come vedersi dal di fuori, incazzato col mondo intero senza sapere perché e senza riuscire a controllarsi. Sul lungotevere che lo riportava a casa, spompato come le ruote della sua bici, cercò di analizzarsi meglio. La sua era una vita piena di avventure e ricca di emozioni. Si sentiva appagato e soddisfatto delle sue scelte, ma ancora così inspiegabilmente irrequieto. Perché? Tutta colpa delle sue aspettative sempre così eccessive, soverchianti, estreme? Della sua innata e dissennata tendenza a sognare ad occhi aperti che lo stimolava certo a migliorarsi ma lo alienava dalla realtà? La quotidianità d’altra parte lo aveva sempre atterrito. Per lui quello non era vivere, ma sopravvivere. Aveva ereditato dal padre una visione eroica dell’uomo e un culto per la vita vissuta intensamente alla ricerca della conoscenza di sé, degli altri e del mondo. Ma la vita per lui era sempre altrove. E il suo continuo affannarsi alla ricerca di qualcosa non gli permetteva di godersi ciò che aveva. La felicità è desiderare quello che si ha, gli diceva sempre sua nonna. Ma lui questa storia non se l’era mai bevuta. Gli suonava così falsa e difensiva. Una frase da mediocri e da perdenti, tipo “le dimensioni non contano” di chi ce l’ha piccolo. E non c’era niente che il ragazzo odiasse più della mediocrità e dei cazzi piccoli. Se la prese anche con l’oroscopo che prevedeva un anno fantastico per il Toro. Si era lasciato sopraffare dalle maliziose sirene astrologiche: chimere di carta stampata che mai paghe del presente lo spingevano a chiedere sempre di più al suo futuro. Sulla vecchia Smemoranda che conservava gelosamente dall’ultimo anno di liceo aveva letto una citazione che diceva che si può essere giovani una volta sola ma immaturi tutta la vita. Lui era alla soglia dei trent’anni ma non sapeva cosa la vita avesse in serbo per lui né quanto tempo gli restava. Gli suonò la sveglia sul cellulare. Era l’ora delle sue pillole.

giovedì 1 luglio 2010

Droppie (VIII parte)

Il giorno successivo il ragazzo si svegliò più contento e dopo un’abbondante colazione col panettone di Marchesi che Silvia gli aveva portato da Milano entrò nello studio, deciso a riprendere in mano la sua tesi. Ma quando aprì l’iBook trovò un foglietto scritto a pennarello. Non si sorprese affatto di trovarlo. Silvia non se ne andava mai senza lasciare un segno del suo passaggio. Era nel suo stile e a lui piaceva.

“SENTITI UN CARTONE ANIMATO,
COSÌ NON MUORI MAI,
NON CESSI DI ESISTERE,
FAI RIDERE I BAMBINI
E SOPRATTUTTO NON PROGETTI
PICCOLE E GRANDI STRONZATE
IN OGNI PICCOLO SPAZIO E SENZA ARIA,
DOVE I PICCOLI CALCOLI,
I DESIDERI DI PICCOLI PROFITTI TI BUTTANO.”

E’ di Lucio Dalla, ma lo penso anch’io.
Metti un bicchiere fuori alla finestra e aspetta. Quando sarà pieno di pioggia potremo brindare a noi due. Al nostro essere così diversi in tutto questo bordello che sta capitando nelle nostre vite, al nostro essere così simili nel comune modo di sentire e credere nella gente e nell’amore. Non siamo più ragazzini, non siamo ancora adulti. Cerchiamo almeno di non essere nulla, da soli.
Tua Silvia.

Il ragazzo piegò il foglietto in due, richiuse il computer e uscì. Era una splendida giornata. Faceva caldo e decise di fare una pedalata in centro ma la bici aveva una ruota a terra e la portineria dove per comodità lasciava la sua pompa a quell’ora era sprangata.
Il portiere gli aveva confessato che bastava spingere la vecchia porta di legno per aprirla, anche quando era chiusa a chiave. Il ragazzo non ci aveva mai provato ma quel giorno aveva bisogno di schiarirsi un po’ le idee e non c’era niente di meglio di una bella pedalata. Così si fece coraggio e si avvicinò alla portineria. Spinse piano il battente sinistro della porta, si assicurò che nessuno scendesse per le scale e con un colpo secco l‘aprì. Guardò subito a sinistra, dietro la sedia, ma la pompa non era al solito posto. Maledicendo la sua pigrizia e il disordine del portiere cercò all’interno del gabbiotto. Nell’armadio, sotto il tavolino, pure nel ripostiglio delle scope. Niente. Dovette uscire e richiudersi la porta alle spalle forzando il chiavistello con un altro colpo secco uguale e contrario al primo. E per fortuna anche quella volta nessuno scese per le scale. Uscì di nuovo alla luce di maggio e lanciò un’occhiata alla bici con la ruota a terra, cercando una soluzione alternativa. Non aveva intenzione di arrendersi. Era una giornata troppo bella per tornare in casa. A fare cosa poi? Guardare la tv? Leggere? Idem con patate.
Figuriamoci mettersi a studiare. Si sentiva troppo nervoso per quello. Le parole dell’amica l’avevano scombussolato. Stava davvero così male? Eppure gli aveva raccontato che Davide cresceva magnificamente, che man mano che i genitori si affezionavano al bambino diventavano più morbidi anche nei suoi confronti. Che la stavano aiutando a crescerlo e che i suoi sensi di colpa stavano lentamente sparendo insieme al ricordo di quel bastardo di Alberto. E lui? Come stava lui? Aveva sempre considerato Silvia la sua migliore amica e si sentiva particolarmente vicino a lei e partecipe della sua vita, eppure doveva ammettere che le loro esistenze avevano preso strade diverse da quando aveva cambiato città per vivere la sua omosessualità senza più rinunce e sensi di colpa. Gli sembravano così lontani i giorni passati insieme a Silvia sui banchi di scuola a Milano. Lei era diventata mamma adesso. Lui era gay e anche volendo non avrebbe mai potuto avere un figlio suo per via della malattia. E nemmeno adottarlo. Certo erano entrambi single ma per ragioni molto diverse. Eppure secondo lei erano così simili in quella scelta di solitudine. Nel dolore di quella solitudine.