“Quella” detto dalla nonna in tono dispregiativo era sempre stato il nome della serva. “Quella” aveva rubato il cucchiaino d’argento della zuccheriera. “Quella” aveva sbeccato la zuppiera di porcellana. “Quella” arrivava sempre tardi con la spesa perché faceva la smorfiosa con il salumiere. Quando, esasperata dai modi burberi di Donna Caterina, “quella” minacciava di andarsene, la nonna si chiudeva in camera piagnucolando: “La perdo, la perdo”. E per imparare a comportarsi in modo più caritatevole con il prossimo, anche se di umili natali, si rileggeva la vita e le opere di S. Caterina. Ma poi “quella” non se ne andava mai e tutto ricominciava come prima. La verità era che quelle due donne si volevano bene e che non potevano stare l’una senza l’altra. “Quella” era l’unica a cui la nonna permettesse di pettinare i suoi capelli lunghi fino a terra e di acconciarli nel suo elegante cignon, assicurandoli con venticinque “pettinesse” d’osso. Solo a lei concedeva di assistere in cucina alla creazione delle sue ricette segrete. Le faceva sempre una regalia a Natale perché diceva: “I veri signori si vedono da come trattano i servi”. Le comprava ogni anno il biglietto del treno per andare al paese, da cui immancabilmente “Quella” tornava con una valigia piena di leccornie per tutti. Mai che il ragazzo avesse visto Donna Caterina accettarne una, però. Ringraziava e faceva segno di no con la testa. Solo all’uva moscata della sua terra non sapeva resistere e in tono lamentoso chiedeva alla serva a seconda dei casi: “Damm’ n’acino d’uva” oppure “Damm’ 'nu goccio d’ veleno”.
Era grata agli insegnamenti di Monsignor Della Casa e andava dicendo sempre che le vere signore non mangiano e non bevono, ma si nutrono come gli uccellini e che ci si deve sempre alzare da tavola con ancora un poco d’appetito. Vestiva sempre di nero e aveva mani nodose e dita affusolate, con un pezzo di spago legato intorno all’anulare La risposta arrivò un giorno di fine inverno. Il ragazzo era andato a Roma col fratello per stare un po’ con la nonna approfittando delle feste di Pasqua. Donna Caterina non stava per niente bene. La serva era stanca, vecchia e ammalata e a Natale era scesa al paese per non tornare mai più.
Anche se non l’avrebbe ammesso mai neppure a se stessa, dopo la morte della serva Donna Caterina era caduta in una profonda depressione e praticamente non mangiava più. Neppure un “acino d’uva”. Inutile dire che erano tutti molto preoccupati per lei, compreso il nipote che le era molto affezionato. Mentre tornava a casa per il pranzo, sperando che la nonna mangiasse almeno uno di quei maritozzi con la panna che le piacevano tanto, una vecchietta comparve dal nulla all’angolo del vicolo del Bologna bilanciandosi sulle gambe malferme con le borse della spesa. Come se potesse leggere nei pensieri del ragazzo gli sorrise con la sua bocca sdentata e disse: “Ha superato l’inverno ‘a vecchiarella, eh?” e sparì senza lasciare traccia. Così, all’improvviso, come era venuta.
Il ragazzo rientrò a casa molto scosso e raccontò a Piero che naturalmente non credé a una sola parola di quello che per il fratello rappresentava un vero e proprio oracolo di morte, e neppure tanto sibillino. Donna Caterina se ne andò nel sonno a metà Aprile. Lo stesso mese della morte del marito, del matrimonio della figlia e del compleanno del ragazzo.





